lunedì 26 novembre 2007
domenica 25 novembre 2007
Behato me
Anche le formiche, nel loro piccolo, si incazzano.
E così nell'apparente cicaleggio della mia esistenza, si annida una piccolissima formichina sociopolitica. Si sta svegliando e sta tenendo fede a quell'aforisma iniziale, che anni fa risvegliò in me l'apparente antitetico (ma quanto mai invece gli opposti si attraggono!) cicalino.
Così dopo aver più o meno inconsapevolmente assorbito via radio, ascoltata indefessamente da mia madre mane e sera sulle frequenze di Radio2, i messaggi di rivolta dello Zorro italiano, eccomi qui in pieno ventesimo secolo a fare i conti con questa nuova forma di esistenza.
Incrociai per la prima volta Oliviero Beha all'entrata di un bar di Viterbo, poco più di un anno fa, e aveva l'aria di un buon signore. Oggi gli sono andato incontro alla presentazione del suo ultimo libro. Sembrava più provato, più affaticato, forse anche più affranto e smunto, ma quando gli ho stretto la mano ho incontrato nuovamente quello sguardo di buon signore.
Un'oretta di onestà, parole forti e taglienti, profonde e dirompenti. Tracce di un'Italia che resiste e prova a respirare.
Un'oretta contro i nonluoghi, dal Parlamento ai Centri Commerciali, dallo Stadio allo Studio. In cerca di una piazza contro i piazzisti, in cerca di luoghi e di persone per navigare fuori dal pantano.
Un'ora a settimana basta, per cercare una dimensione diversa, frutto di una propria responsabilità e di una scelta onesta, una dimensione in cui la mia singola persona si fa attiva e, liberatasi dalle interferenze del potere, si pone al servizio di una comunità, offrendole una prova di moralità, servizio, crescita comune.
Nella speranza che questa malattia democratica possa contagiare i giovani nei paraggi, strappandoli dalla confusionaria idea di libertà offerta da chi vende o regala il modo più semplice per aggirare l'ostacolo (eventualmente comprandolo o prostituendosi ad esso); per riportarli a scoprire come la difficoltà di superare l'apparente schiavitù dell'esame sia la vera fonte di libertà.
Speriamo che le ore aumentino, e il messaggio si diffonda, nell'utopica speranza che un bel giorno persone oneste come Oliviero Beha si sveglino per scrivere un articolo di costume, e non l'ennesima denuncia verso palazzinari o ratti di palude.
Un saluto
E così nell'apparente cicaleggio della mia esistenza, si annida una piccolissima formichina sociopolitica. Si sta svegliando e sta tenendo fede a quell'aforisma iniziale, che anni fa risvegliò in me l'apparente antitetico (ma quanto mai invece gli opposti si attraggono!) cicalino.
Così dopo aver più o meno inconsapevolmente assorbito via radio, ascoltata indefessamente da mia madre mane e sera sulle frequenze di Radio2, i messaggi di rivolta dello Zorro italiano, eccomi qui in pieno ventesimo secolo a fare i conti con questa nuova forma di esistenza.
Incrociai per la prima volta Oliviero Beha all'entrata di un bar di Viterbo, poco più di un anno fa, e aveva l'aria di un buon signore. Oggi gli sono andato incontro alla presentazione del suo ultimo libro. Sembrava più provato, più affaticato, forse anche più affranto e smunto, ma quando gli ho stretto la mano ho incontrato nuovamente quello sguardo di buon signore.
Un'oretta di onestà, parole forti e taglienti, profonde e dirompenti. Tracce di un'Italia che resiste e prova a respirare.
Un'oretta contro i nonluoghi, dal Parlamento ai Centri Commerciali, dallo Stadio allo Studio. In cerca di una piazza contro i piazzisti, in cerca di luoghi e di persone per navigare fuori dal pantano.
Un'ora a settimana basta, per cercare una dimensione diversa, frutto di una propria responsabilità e di una scelta onesta, una dimensione in cui la mia singola persona si fa attiva e, liberatasi dalle interferenze del potere, si pone al servizio di una comunità, offrendole una prova di moralità, servizio, crescita comune.
Nella speranza che questa malattia democratica possa contagiare i giovani nei paraggi, strappandoli dalla confusionaria idea di libertà offerta da chi vende o regala il modo più semplice per aggirare l'ostacolo (eventualmente comprandolo o prostituendosi ad esso); per riportarli a scoprire come la difficoltà di superare l'apparente schiavitù dell'esame sia la vera fonte di libertà.
Speriamo che le ore aumentino, e il messaggio si diffonda, nell'utopica speranza che un bel giorno persone oneste come Oliviero Beha si sveglino per scrivere un articolo di costume, e non l'ennesima denuncia verso palazzinari o ratti di palude.
Un saluto
martedì 20 novembre 2007
Toglietemi tutto ma non datemi etichetta

Caro Silvio,
tempo fa ci hai privato del piacere di gridare FORZA ITALIA. Sei abbastanza furbetto! Cosa fai: da abile comunicatore e venditore quale sei, tendi a sfruttare i bisogni dell'uomo medio, i suoi slogan, il suo modo di vivere, per costituirli come marchi (loghi) delle tue attività.
Ora però hai rasentato il limite.
Il partito del popolo Libero è una contraddizione in termini. Partito sta per separato, popolo sta per totalità. Quindi credo sia un'idiozia definire un partito del popolo libero, perchè l'estremo grado della libertà è quello di non appartenere.
O meglio, mi sembra di vivere un paradosso: io sto cercando di raggiungere una determinata libertà (che parola astratta, poi!) quindi se mi identificassi come uomo libero dovrei automaticamente essere etichettato nel tuo partito. Ma non voglio, per questo sono libero. Aiuto è un circolo vizioso della libertà!!
Mi sento come nei tempi in cui da universitario (anche se non mi sono mai sentito tale), girando per le strade leggevo: gli universitari di Roma contro XXX.
Ora, io sono di Roma, e vado all'università ERGO dovrei essere contro XXX. Ma anche no!
La logica dietro questi concetti è corretta ma corrotta è l'impostazione. Se la premessa è fallace, la conclusione è falsa. Dietro questo c'è un errore logico, uno dei tanti vizi già studiati secoli addietro.
Non si può confondere il particolare (un uomo, un gruppo) con l'universale (la società, il popolo).
Altrimenti non siamo in democrazia.
Oppure vanno ridefiniti i concetti di libertà, democrazia, tolleranza, appartenenza.
Non è corretto che un gruppo si arroghi il diritto di manifestare a nome di una totalità, senza prima averla ascoltata. A meno che ciò che si manifesta non sia palesemente uno dei principi fondamentali di quel gruppo.
La conclusione? Caro Silvio, se vuoi fondare un partito del popolo della Libertà, considerami pure schiavo della mia onestà intellettuale.
Un saluto
mercoledì 14 novembre 2007
Identità - Appartenenza

Poniamo simbolicamente che l'uomo sia rappresentabile nella seguente maniera:
al centro vi è una sorta di nucleo che, a meno di scissioni nevrosi e malattie mentali, resta pressochè immutabile nel corso dell'esistenza e caratterizza ogni determinato essere. Chiamiamolo ID, identificativo, e chiamiamo identità l'entità dell'ID. Id potrebbe avere anche il significato di IO DOMINANTE.
Questo ID è lì stabile e diventa una creatura a sè nel momento in cui inizia a prendere coscienza e a distaccare la sua personalità da quella della Madre (di cui inizialmente crede di essere parte).
Nelle società primitive, l'ID personale non esisteva, o meglio si identificava in un ID collettivo contenente la tribù ma anche le manifestazioni dell'inconscio (ovvero l'animismo: tutto è dotato di vita). Con lo sviluppo del cervello (forse anche grazie a particolare sostanze psicotrope), le tribù si sono evolute. Ma questa è una parentesi e lasciamola qui a covare.
Durante l'esistenza, l'ID cresce, o meglio subisce la pressione dall'interno all'esterno della propria Natura genetica, e dall'esterno all'interno della natura, della società e dell'educazione.
Viene così ricoperto anno dopo anno di strati concentrici, che lo portano ad APPARTENERE ad una certa sovrastruttra che chiamo qui CLAN.
I CLAN immaginiamoli come nuvolette esterne all'ID cui l'ID si lega per scelta o per necessità.
CLAN possibili sono la Famiglia, la Squadra per cui si tifa, il genere sessuale, Musica preferita, Sport praticato, visione dell'altro sesso, Cinema, Arte, Religione, Patria e tutte le categorie che si creano perchè sia permessa la comunicazione fra ID (me ne vengono in mente miliardi)
L'ID ha la possibilità di creare LEGAMI con questi CLAN, in maniera VOLONTARIA, scegliendo il gruppo di cui far parte. Ma anche INVOLONTARIA: non si decide a quale Stato o famiglia appartenere.
L'ID può inoltre instaurare LEGAMI ai CLAN di tipo IRONICO o di tipo FANATICO.
Il legame fanatico è quello più difficile, se non impossibile da distruggere.
Il legame ironico è quello che può essere facilmente distrutto, se se ne ritiene valido il motivo, o che può restare senza creare un rapporto morboso e violento con CLAN che si oppongono a quelli cui l'ID ha deciso di appartenere. I legami ironici sono il segno di una avanzata democrazia interiore ed esteriore poichè stabiliscono e permettono il dialogo fra tesi e antitesi, verso una moderata sintesi o verso il rifiuto della propria tesi se si hanno particolari doti di autoironia.
Legame ironico può sembrare un ossimoro, in quanto l'ironia implica un distacco del punto di vista. Ma questo è proprio il bello di tale tipo di legame, in quanto congiunge ma non ammanetta e con una certa dose di intelligenza può essere superato.
Il Legame Fanatico, invece, è il sonno della ragione. Congiunge in maniera indissolubile l'ID ad un determinato CLAN scindendo la ragione singola nella ragione della tribù (vedi parentesi precedente). E' quindi uno stadio di intelligenza primitivo, irragionevole che non permette l'evoluzione dell'ID anzi lo trascina e lo incatena ad uno stadio barbarico, rozzo, violento e totalitario. Non si riconosce nell'altro-dal-CLAN un'entità vera: piuttosto l'altro è un'entità da colonizzare, convertire, assoggettare al proprio CLAN per determinare la superiorità della razza di appartenenza.
A voi la scelta su come legarsi ai propri CLAN
domenica 11 novembre 2007
Arancia ad orologeria

Il finale è geniale: confondere vittime e carnefici, sostituendo l'esecutivo coi violenti che dovrebbe perseguitare.
E così ci troviamo di fronte all'ennesima commedia della nostra dittatura delle banane: un agente incapace di gestire una rivoltella, e un poveraccio che per uno strano gioco del destino tifa Lazio, morto ammazzato da un colpo vagante. Si, vagante vabbè, un proiettile sparato dall'asino che volava sopra Arezzo.
Ma non basta: punirne uno per educarne cento. E così prendiamo la palla al balzo per strumentalizzare la morte: gli ultras diventano, non avendo altri obiettivi nella vita che i soliti 15 minuti di celebrità assumono nello stesso tempo i più svariati ruoli.
Garanti dell'ordine pubblico, eleggendosi a tutori dell'incolumità degli altri tifosi: incolumità naturalmente messa a repentaglio dalla violenza di alcuni loschi figuri, gli stessi ultras che, non paghi, divengono anche messaggeri politici ("Amato dimettiti"), custodi della verità ed editorialisti d'assalto, patriarchi e profeti del divino verbo della violenza concettuale.
La tristezza maggiore è il paragone fra fatti inconciliabili quali la morte di Raciti avvenuta a causa di SCONTRI ALLO STADIO, e la morte di un poveraccio preso da un proiettile per cause ancora da definire. I MORTI NON SONO DA METTERE SUL PIATTO DI UNA BILANCIA.
Queste orde visigote in passamontagna e caratteri runici alimentati da rancori contro altrettanti legionari puntano solo allo scontro. E voi giovani virgulti cresciuti a pane, Biscardi, tette, urla, fascistivscommunisti, Costantino, Mariadefilippi, Studioaperto, Cioè, Diva&donna, Cannette&cocaina, piercing e tatuaggi senza spirito..BASTA!
Uccidete i vostri genitori, gli USA anni '80 e la Germania anni '30.
La vedo amara. Stasera mi avete risparmiato il freddo dello stadio, ve ne sono molto grato. Burattini del circo mediatico, siete già morti, che senso ha urlarcelo continuamente in tv?
Guardie e ladri, siamo ancora nel bianco e nero di un film di Totò. Ve la meritate una vita in bianco e nero.
Basta! giocare con le rune, con le urne, coi voti e coi vuoti.
Se non sapete come riempirvi, evitate di farlo coi resti dei morti o con le parole di chi vi ha reso orfani di una coscienza.
Cordialmente.
mercoledì 7 novembre 2007
Matrimonio Luxureggiante

Andiamoci piano, car Vladimir, a dire che Le viene rifiutat di poter essere testimone a un matrimonio Cattolico, semplicemente per la sua particolare scelta di identità sessuale.
Non penso sia per questo.
Vede, car Onorevole, la questione è leggermente più complicata. O meglio più seria.
Fare da testimone, così come da padrino, non può certo essere una cosa da prendere così sottogamba. Essere protagonisti di un rito religioso presuppone delle responsabilità verso chi si decide di affiancare in un determinato percorso.
In questo mondo non è tutto un teatrino: è ora di assumersi, almeno saltuariamente, delle responsabilità.
Non può essere certo Lei a presenziare ad un rito cattolico se, da quanto mi risulta, non osserva nè rispetta suddetto rito.
Non si può pretendere nè possiamo arrogarci il diritto di testimoniare un qualcosa in cui non si crede (trattasi di ipocrisia).
Un ruolo, un incarico, presuppone determinate responsabilità: non si è soltanto una figura messa lì per fare forza e coraggio in un momento così delicato della vita.
Lei invece, car Onorevole, mi sembra prendersi troppo sul serio, specie quando c'è da attaccare l'ipocrisia: provi ogni tanto a guardare la trave (o la pagliuzza, questo lo lascio a Sua discrezione) presente nel suo bulbo e lasci stare, almeno per il momento, ambienti di cui è poco pratic.
Se mia sorella mi chiedesse di testimoniare a suo favore in qualsivoglia ambito, prima di tutto mi farei un esame di coscienza per capire se sono in grado di sostenere tale ruolo, evitando così di partecipare a qualcosa semplicemente per un "presunto" legame affettivo, anziché per una coerenza di valori.
Un saluto
Non penso sia per questo.
Vede, car Onorevole, la questione è leggermente più complicata. O meglio più seria.
Fare da testimone, così come da padrino, non può certo essere una cosa da prendere così sottogamba. Essere protagonisti di un rito religioso presuppone delle responsabilità verso chi si decide di affiancare in un determinato percorso.
In questo mondo non è tutto un teatrino: è ora di assumersi, almeno saltuariamente, delle responsabilità.
Non può essere certo Lei a presenziare ad un rito cattolico se, da quanto mi risulta, non osserva nè rispetta suddetto rito.
Non si può pretendere nè possiamo arrogarci il diritto di testimoniare un qualcosa in cui non si crede (trattasi di ipocrisia).
Un ruolo, un incarico, presuppone determinate responsabilità: non si è soltanto una figura messa lì per fare forza e coraggio in un momento così delicato della vita.
Lei invece, car Onorevole, mi sembra prendersi troppo sul serio, specie quando c'è da attaccare l'ipocrisia: provi ogni tanto a guardare la trave (o la pagliuzza, questo lo lascio a Sua discrezione) presente nel suo bulbo e lasci stare, almeno per il momento, ambienti di cui è poco pratic.
Se mia sorella mi chiedesse di testimoniare a suo favore in qualsivoglia ambito, prima di tutto mi farei un esame di coscienza per capire se sono in grado di sostenere tale ruolo, evitando così di partecipare a qualcosa semplicemente per un "presunto" legame affettivo, anziché per una coerenza di valori.
Un saluto
martedì 6 novembre 2007
Roma - Perugia

Sarà che Perugia non ha come sindaco un "futuro" leader di partito.
Sarà che la vittima non è italiana, come se la nazionalità di un morto influisca sulla presa di coscienza di un omicidio da parte del cittadino, vittima a sua volta di questo sistema politico e di informazione.
Sarà che i presunti assassini sono un italiano, un'americana e un congolese (extracomunitario che però lavora regolarmente, quindi possiamo fare un'eccezione e considerarlo una brava persona).
Eppure il risultato, il fenomeno, ciò che appare a chi non ha pregiudizi (sia nel bene che nel male) è lo stesso: hanno ammazzato e violentato una ragazza. Che da quanto mi risulta, la violenza sulla perugina-inglese è assicurata, mentre sulla romana c'è ancora da accertarlo.
Fatto sta che la gogna mediatica è partita immediatamente perchè tira molto di più la polemica xenofoba, la paura dell'altro se proviene dai bassifondi. Il sorcio compare dalle fogne e la casalinga corre sulla sedia, attendendo un colpo di scopa da parte del potere forte per remprimere questo animale così direttamente connesso alle paure più inconsce e ingovernabili.
Se uccide è fatto grave. Certamente. Ma trovo inutile dare la colpa alla fogna, al cibo, al gestore delle tubature, all'acqua, al pesce che vola. La colpa è del topo, dell'uomo, non della specie.
Se per caso la morte si fosse sbagliata, attraverso uno scambio di vocale, e avesse deciso di impossessarsi di un romano anzichè un romeno, avremmo dovuto abbandonare tutti la "nostra" città? E la colpa sarebbe stata di Prodi questa volta, reo di essere l'eroe eponimo di questa razza deviata?
Come al solito la classe politica e l'informazione di regime (regime mediatico, si intenda) ci butta tanta sabbia negli occhi per evitare di giudicare con la nostra testa, e rendere la realtà una dimensione da pregiudicati (in qualsivoglia senso vogliamo intendere questo termine).
D'altronde che senso ha perdere tempo a cercare di interpretare un fatto, quando c'è già chi per noi provvede a impacchettare un'opinione più o meno condivisibile, e propinarcela in tutte le salse per ottenere consensi, voti, share, attenzione, soldi?
Sveglia! La morte, come la legge e il trattamento dei colpevoli, dovrebbe essere uguale per tutti. E' un'equazione abbastanza semplice. Le forme accidentali attraverso cui i fatti si esprimono mutano, ma il contenuto morale e la sostanza dovrebbero essere visti e vissuti attraverso uno stesso paio di occhi. Senza lenti colorate che cambino a seconda dei personaggi della commedia umana che si sta svolgendo lì di fronte.
Ma si sta facendo in modo di modificare l'equazione per cui a morte, colpa e legge non siano più associati un =xtutti ma dei segni di ><: osservateli bene, sembrano due occhi chiusi.
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