martedì 3 novembre 2009

Di V, Y, X, scelte e agguati : prendere il toro per le corna

Questo articolo è un meta-articolo (nel senso sia che parla di se stesso, sia che è in simbiosi con il successivo)... volevo iniziare a sviscerare Parnassus, ma poi vista la difficoltà di inquadrare il nucleo del discorso (anche perchè Parnassus è un mosaico simbolico non lineare), è uscito fuori un nuovo frutto, che poi è il tema del presente.

Le lettere U, V, Y hanno molto in comune. Fra l'altro, la U inizia a esistere come lettera a sè rispetto alla V solo nel 1600, per cui in questo articolo parleremo solo di V e Y

http://it.wikipedia.org/wiki/Y
http://it.wikipedia.org/wiki/V

La Lettera V

Viene subito in mente V per vendetta, V di Visitors (una serie tv anni '80 che da stasera, 3 Novembre in america tornerà in auge grazie ad un remake).
V in numero romano indica il 5, e pare che i romani stessi indicassero il numero con un gesto simile a quello che fa oggi Ronaldihno quando esulta per i gol. Se ci fate caso, Ronaldinho quando fa questo gesto, ruota il polso, dando tridimensionalità alla V che va a creare un 8, simbolo di INFINITO.

Sembra un diavolo? o un toro?

Secondo uno dei miei prof del liceo, se V era il 5, per indicare il doppio ovvero 10, i romani raddoppiarono la V per cui indicavano il 10 con la X (V simmetrica).

I cromosomi X e Y determinano il sesso della persona: sono alla base della SCELTA del sesso dunque.

Il cromosoma X è l'8 cromosoma umano per dimensioni; venne denominato X proprio per la (sub)centralità del centromero, in contrapposizione all’Y che è un cromosoma acrocentrico (in cui i due bracci p sembrano uno solo).

Le femmine hanno una doppia X mentre i maschi XY


Dalla V della mano, aggiungiamo il braccio e formeremo una Y

La lettera Y

Y è un simbolo che indica la scelta. E' il simbolo del bivio, dell'opportunità di UNO di discernere il bene dal male e di andare per una delle due strade.



E' simboleggiato spesso dalla forcola, il bastone del pastore errante, del boscaiolo vagante.


Il diavolo incontra Robert Johnson ad un crocicchio, l'insieme di due bivi, una X in mezzo alla strada (la X non è mai il punto in cui scavare)




Il serpente ha la lingua biforcuta, e ci pone dinanzi a una scelta. Ma la scelta e l'opposizione è solo un inganno in quanto è possibile comprendere dentro di sè entrambe le posizioni, ovvero dissolvere l'enigma della scelta senza escludere uno dei due elementi, ma interiorizzandoli e superando la difficoltà attraverso la tecnica dell'agguato.


Prima di proseguire illustrando tale tecnica, in Parnassus le anime che attraversano lo specchio devono scegliere fra il mondo di Nick (il diavolo) e quello della felicità immaginativa (Parnasso). Il momento della scelta avviene su di un fiume (Y) e nick appare sotto le sembianze di un cobra dalla lingua biforcuta.

Y è la prima lettera del Tetragramma YHWH

PRENDERE IL TORO PER LE CORNA: l'arte dell'agguato

Y, U, V, ecco il toro con le sue corna. Ricorda la falce di luna e al toro riconduce il culto di Mitra, il vecchio culto soppiantato da quello dell'Agnello-Ariete Giudeo-cristiano, tradotto poi nel Pesce (ΙΧΘΥΣ, acronimo di Cristo). Recedendo nello Zodiaco, arriviamo presto alla prossima era dell'Acquario, ma questa è un'altra storia.

Torniamo al toro



Universalmente considerato come simbolo della fecondità nei tempi antichi, la testa del toro nell’antico Egitto fu soggetta a trattamenti particolari durante i riti sacrificali proprio per questa assimilazione simbolica fra la disposizione delle corna e la luna crescente che assume la forma di falcetto durante il suo ”quarto”. Attraverso la simbolica teriomorfa, la luna o il sole furono quindi considerati come simbolo del tempo. Nelle complicate mitologie assire e caldee ancora più evidenti risultano le relazioni fra il simbolismo del toro e le influenze celesti. Assurto a divinità, il toro fu rappresentato con volto umano e con grandi ali aquiline rivestite di panneggi gemmati come i sovrani. Mediatore fra la terra e le divinità celesti, questa figura fu contrapposta all’altra dal volto umano ma sprovvista di ali che rappresentava invece il mostro infernale Eabani, una specie di minotauro della mitologia caldea.
Tratto da http://www.mondimedievali.net/Immaginario/toro.htm

In Grecia specialmente in età Minoica era diffusa la Tauromachia (AH! LA TAUROMACHIA!). Ma non vogliamo distogliere l'attenzione parlando di tori, minotauri, cnosso, labirinti e zoofilie pornografiche.
Torniamo alla battaglia col toro, che consisteva nel prendere il toro con le corna e utilizzarle per affrontare la sua energia in una sfida senza senso, che permetteva al "tauromate" (passatemi il termine se non esiste) di ergersi ad eroe e guerriero vincitore (V= vittoria! e Vendetta).



La tauromachia è un AGGUATO al toro, un gesto di follia controllata, ma cosa è l'agguato? E' la consapevolezza di abbattere il dilemma della scelta, con un gesto folle e col sorriso stampato in faccia. Ecco che torna la mezzaluna dello SMILE...

Lascio ora la parola a chi ne sa più di me, Otario Sprants.

L’Agguato è un modo per volgere a nostro vantaggio ogni situazione di vita, trasformando la forza dissolvente delle singole ottave in energia e consapevolezza personali.

Il presupposto è che qualsiasi cosa o situazione pensabile vive sui termini di una contraddizione assoluta: bene e male, vero e falso, bello e brutto, facile e difficile, vantaggioso e svantaggioso e via dicendo. (Ritorna il termine della SCELTA, ndr).

Dunque, la prima cosa da fare è individuare tali termini. Ora e ammesso di esserci riusciti, i termini della contraddizione vanno portati entrambi dentro la coscienza e tenuti lì in piena consapevolezza.

In sostanza e per tutto il tempo che durerà la specifica situazione, l’individuo non deve perdere la consapevolezza della loro esistenza e del rapporto contraddittorio che li accomuna, così come del fatto che ciascuna di tali eventualità potrebbe, in fine, avverarsi. Tuttavia, mantenendo profondo distacco sia dall'una, sia dall'altra possibilità.

Questo porta ad un risultato molto interessante, poiché la forza di ciascuno dei due termini è annullata dalla presenza del proprio opposto, permettendo a noi di passare indenni attraverso lo stretto e pericoloso tratto di mare che li separa. In sostanza, è usata la tensione insita nel principio di contraddizione al fine di risolvere la contraddizione stessa.

Pensiamo, ad esempio, alla possibilità di trovarci di fronte ad una scelta importante come il sacrificio di qualcosa di nostro a beneficio di qualcun altro senza, tuttavia, avere certezza che tale sacrificio possa tradursi un effettivo aiuto per questa persona.

In tal caso i termini della contraddizione sono: successo e insuccesso. Ora e se assumiamo un atteggiamento ottimista, veniamo calamitati dal primo termine e questo può portarci a procedere troppo velocemente e, magari, sventatamente. Se, viceversa, assumiamo un atteggiamento pessimista il rischio è di non muoverci per niente giacché sarà stato il secondo termine ad incatenarci.

Teniamo questi due esseri deformi bene in luce dentro di noi e allora passeremo fra loro senza problemi.

Sembra cosa da poco, eppure quest’atteggiamento, da solo, garantisce un successo “interno” infinitamente più importante di quello legato al nostro primitivo scopo (che, quindi, chiameremo scopo minore) poiché sfrutta la tensione provocata dal principio di contraddizione per trasformare in consapevolezza una parte sempre crescente dell’energia dei Golem.

Reiterando questa tecnica il ricorso all’indulgenza diminuisce gradatamente, mentre la produzione di consapevolezza aumenta d’uguale misura.

Tuttavia, è importante capire che non basta una semplice comprensione intellettuale della contraddizione e nemmeno una fugace accettazione di essa. Successo e insuccesso devono essere in ugual modo accettati dall’intera Totalità, senza ombra di riserve mentali. Vanno, altresì, tenuti in piena luce dentro di noi per tutto il tempo necessario al “passaggio” dell’ottava.

E’ chiaro che per far questo è necessario sviluppare distacco e abilità di “tenere l’angoscia” generata dalle singole ottave.

Inoltre, all’inizio è opportuno limitarsi all’approccio di situazioni relativamente innocue poiché, com’era solito dire il venerato Mullah Nassr Eddin, “voler abbattere i muri a cornate non vi otterrà altro risultato che quello di frantumarvi le corna”.

In sostanza, l'Agguato funziona su due livelli. Il primo riguarda lo scopo minore. Il secondo, lo scopo vero. Così, in essenza, ciò che il guerriero fa quando pratica l’Agguato è di usare lo scopo minore per conseguire lo scopo vero.

Tempo fa un’amica mi chiese come applicare l’Agguato nel caso i suoi vicini facessero suonare il loro stereo a tutto volume. Le risposi pressappoco così.

Nel caso dello stereo i termini li hai indicati tu stessa: accettazione passiva (piangersi addosso) e reazione violenta (arrabbiatura, sino al limite dello scontro fisico). Bene, queste sono due leve, due poli d'energia da usare per conseguire lo scopo vero. Tienili dentro di te in piena consapevolezza e, nel contempo, sviluppa il distacco necessario a vincerli. Fai questo ridendo. Se riesci a ridere in questa situazione (mentre 90 Db fanno tremare il tuo servizio da caffè) sviluppi il distacco sufficiente a rendere la tua Totalità simile ad un sughero. Vale a dire che il distacco (il riso) ti porta in superficie. Il problema è che per fare questo devi avere LUCIDITA' (secondo nemico) sufficiente per azionare l'Agguato con adeguata velocità e maestria. Tuttavia, per avere lucidità devi aver vinto la PAURA (primo nemico). Molto bene, ammettiamo che tu sia riuscita a ridere mentre i vicini stavano facendo andare il loro stereo a palla....ora galleggi sull'ottava generata da quei degenerati. Cosa pensi sia accaduto? Semplice: tu hai potere su quell'ottava. Non mi stupirei se, magari il giorno successivo, tu non sentissi più lo stereo e per un motivo qualsiasi, anche apparentemente slegato dal tuo agire. Tuttavia questo è nulla. E’ lo scopo minore, il POTERE, il terzo nemico. Quel che davvero hai conseguito è un centimetro in più sulla Via della Libertà. L'obbiettivo, con il tempo e la pratica, è di affinare talmente l'Agguato da riuscire a cavalcare ottave di dimensioni gigantesche in assoluta tranquillità e scioltezza.


In sostanza, praticare l’Agguato porta il guerriero a condurre una doppia vita e questo perché l’Agguato stesso, per essere efficace, deve essere silenzioso, segreto.

Nulla di ciò che, in realtà, andate facendo deve trasparire dal vostro modo d’essere poiché solo così i vostri progressi saranno reali.

Dovrete arrivare ad essere persone assolutamente normali, con una vita più che normale e che la pensano (almeno a prima vista) in modo fantasticamente normale.

Dovrete esser capaci di realizzare un modello fatto di perbenismo e di buone qualità, tanto da riuscire a sedurre (in senso lato) persino il vostro parroco; se e quando riuscirete a fare questo, il vostro Agguato sarà davvero mortale.

Non parlate mai dei vostri progressi, nemmeno con altri guerrieri. Non fareste altro che sciupare tali progressi in uno stupido esercizio di vanità.

Siate feroci e spietati con voi stessi e dolci e comprensivi con i vostri piccoli tiranni, giacché è solo per mezzo loro che voi potrete avere qualche possibilità di riuscita.

Curate finanche le cose più piccole, anzi, soprattutto quelle più piccole e insignificanti giacché saranno quelle a darvi i risultati migliori e più duraturi.

Controllo, disciplina, pazienza e tempismo. Applicateli ad ogni situazione di vita e, prima o dopo, l’Intento arriverà.
Otario Sprants

In conclusione, questa è l'espressione che darà lunga vita alla vostra battaglia verso la libertà e verso la conciliazione degli opposti.


da leggere per integrare, sullo smile

venerdì 23 ottobre 2009

Travaglio martire de 'sta fava

In questa intervista del 2008, Travaglio asserisce di non essere un giornalista finanziario



Ieri ad anno zero di cosa ha parlato, di bruscolini? Forse in un anno ha imparato qualcosa sulla finanza e potrebbe provare a parlarci di signoraggio.




Non vorrete pensare come il tipo qua sotto che anche Travaglio stia mentendo o nascondendoci qualcosa, e sia al soldo dei sistemi bancari anglosassoni? Ma no, è un caso.

giovedì 22 ottobre 2009

Il sogno e l'interpretazione simbolica della realtà


IL SOGNO


Abstract

Il tema del presente lavoro è il sogno. Ora, non volendo annoiare il lettore con cose che presumibilmente già conosce, ciò che tenterò di attuare sarà un approccio il più possibile originale e (questa è la speranza) nuovo rispetto ad un fenomeno ancora profondamente sconosciuto. Saranno, così, “date per lette” molte delle questioni sia di ordine storico, sia di ordine psicanalitico già abbondantemente presenti nella letteratura più o meno specializzata, privilegiando una lettura decisamente poco ortodossa del fenomeno stesso.

Ciò che intendo proporre, quindi e nei limiti di questo articolo, è una serie di considerazioni atte, infine, ad abbozzare un metodo valido per la comprensione di qualsiasi manifestazione onirica sia essa qualificabile come sogno ordinario, come falso risveglio, come sogno lucido, ovvero come OOBE (Out Of Body Experience). Tutto ciò nell’intento, per niente nascosto, di portare il lettore ad una comprensione tale da fargli estendere, in modo del tutto naturale, la percezione onirica a ciò che normalmente chiamiamo “mondo reale”.

Nell’articolo è fatto più volte riferimento alla suddivisione dell’inconscio in quattro ambiti (IP, IC, IU e IM). Tale argomento è presente in un articolo dal titolo “IM-TEORIA” scaricabile qui:
http://semiasse.altervista.org/sentistoria/esquel/166_im_teoria.pdf


L’evento onirico.

L’evento onirico dovrebbe essere sempre inteso come un “oggetto” coerente, vero ed autonomo.

In sostanza, per coerente intendiamo qualcosa di totalmente auto-esplicativo. Qualcosa che è possibile leggere in modo del tutto consequenziale senza, cioè, poter rilevare contraddizioni logiche al suo interno.

Per vero intendiamo il sogno come portatore di un messaggio preciso ed interamente verificabile una volta messo a confronto con la storia personale del sognatore.

Infine, con autonomo ci si riferisce al fatto che il singolo sogno, pur ammettendo senz’altro la possibilità di sogni logicamente concatenati, appare strutturato come un’entità a se stante che nasce, si manifesta e muore e, in conseguenza di ciò, è capace da solo di indurre mutamenti più o meno significativi nella psiche del sognatore.

Struttura dell’evento onirico.

Se chi legge ha qualche esperienza di programmazione, potrà pensare il sogno come ad un programma Object Oriented (OO). Per chi non ha idea di cosa sia, un programma Object Oriented può essere pensato come un grosso oggetto che, a sua volta, è costituito da diversi oggetti minori (le sotto-procedure delle quali il programma stesso si serve). Tali oggetti minori, pur essendo sostanzialmente autonomi rispetto al programma contenitore, lavorano tutti per il raggiungimento di un determinato scopo (nel caso di un programma: il lavoro per il quale è stato concepito, nel caso del sogno: il suo significato).

Si pensi, ad esempio, ad un programma che compie un calcolo complesso. Tanto più sarà complesso il calcolo, tanto più facilmente questo sarà scomposto in sotto-procedure (classi) le quali si occuperanno di compiere una specifica parte del lavoro, restituendo alla procedura principale (main) valori parziali che, alla fine, la stessa main si occuperà di assemblare nel modo più opportuno.

Ora, possiamo pensare che quelle classi esistano in modo autonomo sul disco fisso del nostro programmatore e, ammesso che siano state scritte bene, che potranno essere usate per un numero indefinito di programmi diversi (se una procedura esegue la somma di due numeri reali, essa lo farà sempre, sia nel programma che stiamo scrivendo adesso, sia in altri che potremmo decidere di scrivere in futuro).

Propongo, quindi, di pensare il sogno strutturato esattamente come un programma Object Oriented, nel quale il sogno stesso, inteso nella sua complessità, è l’intero programma, mentre gli oggetti onirici che lo compongono sono oggetti minori e specializzati, creati con le classi appena descritte. In questo modo, la classe è pensabile come uno stampo in grado di produrre un numero indefinito di oggetti non necessariamente con eguali caratteristiche, se non per lo scopo (il metodo) che il singolo oggetto persegue.

Nota per i più maliziosi: attenzione, non si tratta di mutare il nome “archetipo” nel nome “classe” (vedremo come le due cose siano, in realtà, diverse). Si tratta, piuttosto, di cambiare radicalmente il modo di pensare il meccanismo onirico ammettendo, una volta per tutte, la presenza di un motore intelligente, slegato dalla mente del sognatore e che manifesta la propria presenza (e la propria volontà) principalmente (ma non solo) attraverso la produzione onirica.

Ciò significa che, in ipotesi, questo motore sarebbe in grado di assemblare “al volo” tutte le classi necessarie alla creazione di una determinata manifestazione psichica sia essa un’emozione durante lo stato di veglia, un sogno ordinario, un sogno lucido, un falso risveglio o un’oobe. Non solo, il suddetto motore sarebbe altresì in grado di “creare” nuove classi partendo da quelle già esistenti.

Appare evidente che un’impostazione di questo tipo determina una dicotomia profonda perché divide la Mente dall’Inconscio in modo netto e definitivo lasciando, da una parte, un costrutto “mente” il quale copre (più o meno) interamente l’ambito del conscio e, dall’altra, ciò che abbiamo definito “motore intelligente” che domina sull’intero inconscio. Ciò, come vedremo, è un fatto gravido di conseguenze piuttosto interessanti giacché presuppone l’esistenza di una volontà terza rispetto a Mente, in grado di agire su questa in molti e diversi modi e per scopi sorprendentemente pragmatici.

Ma vediamo in quale modo tutto questo si possa realizzare e, per farlo, prendiamo ad esempio un sogno pubblicato da una persona sul News Group “it.sogni.discussioni” - gerarchia usenet - all’incirca un anno fa.

“Ho sognato di star guardando un telegiornale alla TV in cui davano notizia di un sordomuto che si aggirava in una foresta (non so quale!) in America. Questo sordomuto rapiva ragazzi/e più o meno della mia età e poi li uccideva. Ad un tratto mi ritrovo in questa foresta assieme a mio cugino. Ma la cosa strana era che la foresta era recinta da un muro al di là del quale vi era un paese. Inoltre vi era una porta che permetteva di uscire dalla foresta per andare nella cittadina. Io e mio cugino eravamo nella foresta, sentiamo dei passi, eccoci davanti il sordomuto. Mio cugino comincia ad andare verso la porta, io lo seguo, sento i passi dell'assassino alle spalle, dico a mio cugino di correre più veloce che può e io faccio lo stesso. L'assassino ci è alle spalle. Il sogno finisce così. Cosa significa?

Senza considerare l’intero simbolismo onirico ci soffermeremo sulla figura dell’assassino, affermando che, in questo caso, costui può essere inteso come l’oggetto di una classe che potremmo denominare "Distruttore".

Ora, il Distruttore è sordomuto per definizione. Esso non accetta domande (né dà risposte) sul perché distrugge. Fa il suo lavoro e basta.

Volendo generalizzare, quindi, potremmo affermare che dentro di noi esiste qualcosa che lavora per la vita (costruttore) e qualcosa che lavora per la morte (distruttore) di parti di noi. In specifico, di quelle parti che, avendo esaurito lo scopo per il quale sono venute ad esistenza, ora non servono più. Nel corso della vita accade che parti di noi divengano vecchie, obsolete e che, quindi, muoiano (accade tanto in ambito fisico, quanto psichico). Così, quando ciò accade, compare il distruttore che ha il compito specifico di liberare il campo da ciò che è diventato inutile.

Il problema è che, da esseri abitudinari quali siamo, ci affezioniamo alle nostre componenti e, quando viene il momento della loro "terminazione", ci spaventiamo e facciamo sogni come quello descritto dall’utente usenet.

In sostanza, ciò che il sogno descrive è lo spiegarsi d'una funzione psichica (il distruttore) che compie il lavoro per la quale è stata creata.

Invocazione delle classi oniriche.

Supponiamo che, come nella programmazione Object Oriented, le classi oniriche siano caratterizzate anzitutto dal proprio nome. Per restare sull’esempio proposto, avremo allora la classe denominata “Distruttore” la quale esporrà un solo metodo (“distruggi”) ed una serie di proprietà destinate a connotare l’oggetto che sarà creato a seguito dell’invocazione della classe medesima.1

E’ appena il caso di sottolineare che quella appena descritta è naturalmente una finzione. In particolare , la stringa “Distruttore” sta lì ad indicare ai lettori di lingua italiana che la classe ha un nome univoco, quale che sia. Dobbiamo, cioè e nell’ambito del modello proposto, presupporre che i nomi delle classi abbiano una forma eguale per tutti i viventi2 e, di conseguenza, siano codificati in un linguaggio adatto allo scopo. I nomi delle classi, sotto questo profilo e visto che siamo in ambito “inconscio”, ossia lontani anni luce da una logica binaria, potrebbero essere di natura essenzialmente emozionale.

Al di là, però, di tali interrogativi per noi ancora relativamente insondabili il motore intelligente che muove l’intero sogno, non dovrà far altro che “chiamare per nome” (invocare) la classe della quale ha bisogno per risolvere uno specifico pezzo dell’evento onirico, “passando” alle singole proprietà eventualmente esposte dalla classe medesima le informazioni (dati) necessarie a configurarle correttamente ed attivando uno dei metodi relativi. Evidentemente, le informazioni passate alle proprietà della classe saranno quelle afferenti sia alla situazione contingente, sia alla storia personale del sognatore.

Così, nel sogno proposto, la classe “Distruttore” una volta invocata genera un oggetto fortemente connotato (l’assassino sordo-muto del sogno). Tuttavia, non è affatto detto che il sognatore, la prossima volta che sarà invocata la stessa classe, farà esperienza onirica del medesimo oggetto. Meglio, se le conseguenze saranno verosimilmente le stesse, l’immagine onirica potrebbe mutare. Questo, per le considerazioni sopra dette, rivelerebbe una straordinaria capacità dinamica delle classi oniriche. Una capacità che appare assolutamente peculiare.

Ciò è immediatamente osservabile dal confronto dei sogni di soggetti diversi ed aventi ad oggetto situazioni simili, nonché dal confronto dei c.d. grandi sogni (ossia, i sogni nei quali si manifesta la presenza di contenuti inconsci dotati di “numinosità”3). In entrambe queste situazioni è possibile osservare come il singolo oggetto onirico vesta facilmente panni diversi nei sogni di soggetti diversi, ancorché stia lì a fare la medesima cosa. Restando sull’esempio del “Distruttore”, questi potrà da taluno essere percepito come un uomo (assassino), da altri come un animale (un divoratore di carogne) o, da altri ancora, come un essere spirituale (l’angelo distruttore di apocalittica memoria).

Questo è ancor più evidente nei “grandi sogni”. Si pensi, ad esempio, all’epifania onirica della Vergine, nella sua accezione di Madre Celeste. E’ improbabile che due persone diverse le quali dovessero farne esperienza onirica descrivano, da svegli, la stessa, identica figura. Al contrario e facilmente, le due descrizioni potrebbero differire per diversi particolari quali il colore del manto, dei capelli, degli occhi, la foggia della corona e così via4.

Giustificare, quindi, il mutamento di forma del singolo oggetto percepito in sognatori diversi, così come nello stesso sognatore, può essere agevole facendo riferimento sia alla cifra psichica unica (quanto irripetibile non saprei) propria di ciascuno di noi, sia all’estremo dinamismo delle classi oniriche, sia alla straordinaria capacità mitopoietica di ciò che abbiamo chiamato “motore intelligente” il quale sarebbe in grado di derivare nuove classi da quelle già esistenti in presenza delle variabili più strane e bislacche (in riferimento, ovviamente, alla storia personale del sognatore). In tal caso la classe derivata erediterebbe metodi e proprietà della classe genitore aggiungendone di ulteriori e creando oggetti specifici, atti a risolvere (nel modo più sublime) specifiche parti del singolo evento onirico.

Archetipi.

In ordine a questi particolarissimi oggetti onirici, uno dei problemi più grossi è costituito dalla loro estrema potenza così come dalla rilevante autonomia che, probabilmente proprio grazie a tale potenza, dimostrano di possedere.

Spesso, in relazione all’interpretazione onirica di un “grande sogno” e in riferimento al sognatore, si nota l’uso della proposizione specifica “entra in contatto”. Come a dire che il soggetto, durante il sogno, sperimenta (entra in contatto con) una manifestazione onirica particolarmente potente (un archetipo, appunto) e che, almeno all’interno della speculazione junghiana, comporta sempre conseguenze profonde per il sognatore medesimo. Ritengo questo modo di descrivere il fenomeno piuttosto ambiguo. In particolare, connotare l’esperienza soggettiva con la frase “entrare in contatto” con qualcosa, in realtà non spiega alcunché sull’eziologia di questo qualcosa.

Tuttavia, è ben vero che questi oggetti spesso si comportano in modo tale da ingenerare l’idea che possano agire del tutto autonomamente. Si pensi alle psicosi, ossia a scenari all’interno dei quali alcuni di questi grandi oggetti onirici appaiono del tutto autonomi e soverchianti rispetto alla coscienza di veglia. Del resto, anche in ambito onirico, qualora si tratti di immagini numinose, tale strapotere è facilmente rilevabile dallo stesso sognatore. Tutto ciò potrebbe essere spiegato in termini di reale autonomia di tali immagini rispetto all’inconscio personale (IP) poiché appartenenti ad un ambito psichico radicalmente diverso (l’inconscio collettivo, appunto).

Ne consegue che, in ordine all’ipotesi proposta, dovremmo pensare che ciò che abbiamo chiamato il motore intelligente che crea e muove i sogni possa, di norma, invocare una certa classe al fine di creare un grande oggetto onirico ma che, quando lo fa, in realtà compia un’operazione sempre potenzialmente pericolosa (stante proprio la potenza della classe invocata). Tanto che, in alcuni casi, tale misterioso motore sembra perdere il controllo sulle forze che ha messo in gioco con effetto dirompente sulla coscienza (che, da quel preciso istante, va letteralmente in pezzi5).

In altre parole ed in omaggio al dinamismo delle classi, se l’invocazione di una classe “Animale” può generare un oggetto “Cane” questo si caratterizzerà diversamente oltre che per razza, dimensioni e atteggiamento anche per la specifica forza che sarà in grado di veicolare. Di talché, il medesimo barboncino sarà in grado, a seconda del grado di forza espressa, di caratterizzarsi o meno come archetipo. Questo è un punto interessante perché suggerisce l’idea che, in realtà, potrebbe non esistere affatto una superclasse destinata a contenere i c.d. archetipi e che, piuttosto, sembrerebbe più aderente pensare ad un unico insieme di classi che possono tutte, senza eccezione, generare sia oggetti numinosi, sia oggetti ordinari. Tutto dipende dal modo con il quale il motore intelligente, che per brevità d’ora in avanti chiameremo “K” 6, le ha invocate.

In dipendenza di una tale meccanismo, quindi, lo stesso sognatore potrà in un sogno giocare con il proprio cane, in un altro parlare con esso, scoprendolo un pozzo di saggezza e di sapienza. Nel primo caso, avremo un contenuto onirico ordinario (ancorché coerente e vero relativamente all’economia del sogno), nel secondo avremo ciò che Jung chiama un archetipo. Nel primo caso e in un’ipotetica scala da 1 a 10, K avrà invocato la classe “Animale” conferendo alla proprietà “Hybris” il valore 1, nel secondo caso il valore 9.

Restando in ipotesi, quindi, K decide autonomamente quando e come invocare le classi oniriche. E lo fa perché evidentemente ha uno scopo preciso da conseguire.

Nei termini della Piscologia del Profondo (la branca junghiana della psicanalisi) i processi inconsci sono visti tutti all'interno di un "super processo" chiamato "processo d'individuazione".

Tale processo inizia, a mio avviso, già nella fase prenatale e dura per l'intera esistenza. Il motore di questo processo è la paura dell'indifferenziato (ossia il luogo dal quale proveniamo) che spinge la coscienza a crescere il più possibile (rispetto alle possibilità individuali) al fine di fuggire dal riassorbimento.

Ora, tale processo esiste per ciascuno di noi (anche per coloro i quali non ne avranno mai reale consapevolezza perché, per costoro e semplicemente, svilupperà sotto la soglia della coscienza) e si manifesta in fasi abbastanza ben identificabili, giacché ciascuna fase è dominata dal manifestarsi di un determinato archetipo.

Tali manifestazioni avvengono solitamente (ma non solo) a livello onirico con l'avvento dei c.d. grandi sogni. L'Ombra, L'Anima/Animus, il Vecchio Saggio, il Bambino Divino segnano un percorso psichico, a volte gioioso, altre decisamente drammatico, inteso a portare l'individuo al Sé, ossia all'archetipo che simboleggia una coscienza completamente sviluppata, compensata e potente.

Jung è stato il primo a rilevare la straordinaria affinità che lega il processo suddetto con quanto descritto nei testi alchemici (in qualsiasi epoca questi siano stati scritti). In sostanza, l'intero processo d'individuazione può essere letto in termini strettamente alchemici, dove la Trasmutazione (la creazione della Pietra) equivale al raggiungimento del Sé.

Ebbene, tale affermazione potrebbe per alcuni risultare oscura giacché il concetto stesso di “Sé” è un’astrazione e, infine, nemmeno troppo soddisfacente. Se il Sé disegna uno stato psichico compiuto7, perché l’uomo avverte la necessità di conseguirlo? Meglio, perché K spinge in modo così universale per il suo conseguimento? E’ possibile ipotizzare che K non limiti la propria attività all’ambito onirico ma la estenda all’intera vita cosciente dell’individuo?

Abbiamo visto come il processo d’individuazione muova dalla paura del riassorbimento (in sostanza, dalla paura della morte). Ipotizziamo, allora, che Dio abbia creato l’uomo e che lo abbia fatto a propria immagine e somiglianza. Se questo è il presupposto, potremmo pensare che i nostri bisogni più profondi siano i medesimi del nostro creatore. Ossia, che lo stesso terrore che spinge ciascuno di noi a fuggire dalla morte, muova anche chi ci ha creato verso il medesimo obbiettivo. Se questo fosse vero, allora ogni cosa potrebbe acquistare un senso.

In questa accezione, Dio, ossia ciò che abbiamo chiamato Multiverso8, è un essere cosciente, fantasticamente grande e complesso che, tuttavia, è destinato a morire. Così, per sfuggire alla propria morte, Egli attua una strategia precisa cercando di aumentare sempre più la propria consapevolezza. Solo che non potendolo fare direttamente giacché non ha alcun soggetto diverso da Sé con il quale confrontarsi, Egli delega questo atto fondamentale a parti di se stesso. Stiamo parlando di consapevolezze separate, esistenti a diversi livelli, che lavorano tutte indistintamente per incrementare sempre più la consapevolezza del tutto. Ed una di queste è l’uomo9.

Toglie il fiato, ma proseguiamo. Se tutto questo ha un senso, allora K è la funzione multiversale che si preoccupa di assicurare che ciascuna consapevolezza separata svolga il proprio compito nel modo migliore. Sotto questo profilo, ogni consapevolezza separata è trattata da K come “sacro favo” destinato a produrre la consapevolezza, il “nettare degli dei”.

Ora, K svolge il proprio compito interagendo continuamente con la singola consapevolezza. Ossia, per K non vi sarebbe alcuna differenza fra stato di sogno e stato di veglia, giacché entrambi sarebbero meri stati dell’essere, all’interno dei quali la produzione di consapevolezza resterebbe l’unico fine e, siccome sottostanti a leggi diverse, usati dalla funzione multiversale sempre nel modo più opportuno. Ma sempre in termini strettamente simbolici.

Per questo sembra possibile trattare indifferentemente il sogno, il sogno lucido, il falso risveglio, l’oobe, la normale esistenza cosciente e il delirio psicotico10 come manifestazioni dell’interazione fra ciò che abbiamo chiamato K e la singola consapevolezza. Perché, nell’ipotesi prospettata, K interagisce in modo costante con questa a prescindere dall’ambito all’interno del quale la stessa si muove.

Questo è importante, perché permette di trattare in modo uniforme ogni singolo atto di K alla luce di una comunicazione che, come detto, è strettamente simbolica. Ossia, vuol dire che il linguaggio usato da K per interagire con la consapevolezza è sempre basato sul simbolo.

Il lemma, dal greco súmbolon (σύμβολον ) e dalle radici sym-, "insieme" e bolḗ, "un lancio", indica l’emissione di un’unione di più significati in un unico segno. Questo è davvero il linguaggio di K.
K è diverso da Mente e, come detto più sopra, è privo di una logica binaria che è propria solo di quest’ultima, che la usa per rendere manifesto il contenuto logico del simbolo. In ciò, Mente è libera d’interpretare il simbolo che, per sua natura, è sempre duplice e ambiguo. Così, K, padrone assoluto dell’ambito psichico, interagisce continuamente con la singola consapevolezza invocando, ogni volta, le classi opportune (nel sogno così come nella vita “reale”) e capaci di produrre i simboli necessari a quella specifica interazione al fine di far evolvere quella stessa consapevolezza per lo scopo sopra detto.

Quando K fa questo, il risultato è sempre qualcosa di analogico, sottilmente ambivalente e profondamente emozionale. Può essere l’oggetto di un sogno, oppure un segno che si manifesta durante la veglia, ma il suo effetto, oltre che evocare un’emozione intensa, è sempre quello di porre a Mente un enigma che, tuttavia e in base alle premesse fatte, è sempre “coerente”, “vero” ed “autonomo”.

Si tratta, in sostanza, di mutare prospettiva rapportandosi sia rispetto al sogno, sia soprattutto rispetto alla realtà quotidiana in modo strettamente simbolico. Così “recuperiamo” il rapporto con K, ossia con quello che in ogni tradizione sciamanica ha preso il nome di Spirito. Con la differenza esiziale che noi, occidentali del terzo millennio, ci troviamo, rispetto agli sciamani, in una posizione assolutamente privilegiata. Se quelli, infatti, si muovevano (e si muovono) in un ambito esclusivamente magico e che, a motivo di ciò, conosce limiti sistemici (nel senso di imposti dal sistema di riferimento), per noi che abbiamo perso tutto grazie a secoli di razionalismo11, quei limiti non esistono affatto.

In altre parole, nulla impedisce all’occidentale di riappropriarsi del proprio retaggio magico in modo perfettamente laico, ossia senza più i limiti che ogni tradizione magica impone ai propri adepti. Se, infatti e come credo, l’atto magico altro non è che un atto percettivo (solo più potente e specializzato) allora esso è frutto specifico della consapevolezza, meglio di quella funzione specializzata della consapevolezza che abbiamo chiamato attenzione12.

Per mezzo dell’attenzione l’uomo interagisce con tutto quanto sta dentro e fuori di sé. Questo significa che, ragionando in termini simbolici, l’attenzione è il mezzo con il quale l’uomo interagisce con ciò che abbiamo chiamato K.

Da qui a portare la propria capacità attentiva a risolvere simbolicamente e in ogni circostanza tale interazione il passo può essere lungo, oppure molto breve. Ma anche questo è argomento per un altro lavoro.

eSQueL

NOTE

1Tale proprietà potranno essere le più diverse ma, facilmente, esse avranno a che fare con l’immagine specifica percepita dal sognatore durante il sogno e, quindi, figura umana, animale, vegetale, colore e tipo dei capelli, del manto, dell’inflorescenza, livello specifico della Hybris manifestata, etc.

2Segnatamente, per tutti gli IP appartenenti ad uno specifico IC. In proposito vedi l’IM-TEORIA.

3Che si riferisce alla sfera del sacro. Numen (pl. Numinia) era usato dai latini per esprimere la potenza divina.

4Non è in discorso ‘cosa fa’ o ‘dice’ l’epifania, bensì solo la sua apparenza onirica essendo l’azione dell’oggetto onirico legata con evidenza allo scopo del sogno inteso come oggetto principale.

5Se questo è senz’altro vero per le psicosi, sembra esserlo anche per l’evento onirico quando, ad esempio, esso diviene incubo ponendo il sognatore in una situazione di estrema angoscia e sofferenza.

6La scelta della lettera K ha tre spiegazioni concorrenti: la prima deriva dal fatto che è usata, sia nelle carte da gioco, sia negli scacchi per indicare il re, la seconda è un omaggio a Johann Martin Schleyer, un sacerdote cattolico del Baden, in Germania che, tra il 1879 e il 1880, realizzò Il Volapük (volappa K), una lingua artificiale ausiliaria (non conosco per niente il volappa K, ho solo simpatia per gli idealisti). La terza deriva dall’intento di slegare definitivamente, anche in modo formale, l’attività di questo motore intelligente dalla mente del singolo individuo.

7Ci sarebbe da discutere un bel po’ sul reale significato di una tale compiutezza. In particolare, tale compiutezza è la medesima per tutti? Oppure, al contrario, in ciascuno può assumere aspetti diversi? Perché, in questo secondo caso, essendo priva del requisito dell’universalità, chi ci assicura che si tratti realmente di uno stato psichico compiuto?

8Vedi IM-TEORIA

9Il punto è talmente interessante che potrebbe far parte di uno studio ad hoc. La questione, infatti, è relativa alla possibilità che l’uomo sia, in realtà, se non l’unico, il più alto momento di consapevolezza all’interno della Creatura. Ma è argomento che tratteremo eventualmente in altra sede.

10 Per il delirio psicotico l’interazione sarebbe irrimediabilmente caotica e, quindi, infruttuosa ai fini della produzione di consapevolezza.

11E’ un grazie detto molto sentitamente.

12Vedi IM-TEORIA


BIBLIOGRAFIA MINIMA

Carl Gustav Jung - “Gli Archetipi e l’Inconscio Collettivo” Ed. Boringhieri 1976 (consigliata la lettura dell’opera omnia pubblicata dal medesimo editore);
eSQeuL - IM-TEORIA, Teoria dell’Inconscio Multiversale. Scaricabile qui:
http://semiasse.altervista.org/portal/html/modules.php?op=modload&name=News&file=index&catid=&topic=8
http://www.paleoseti.it/e107_plugins/content/content.php?content.167

mercoledì 21 ottobre 2009

VITA-OMBRA E STRUTTURA DEL MULTIVERSO

Riportiamo un articolo di Esquel; per problemi di impaginazione, potete trovare le immagini che non sono presenti qui nella versione originale

http://www.scribd.com/doc/20318231/Multiverso-struttura-eSQueL


Il presente articolo prende spunto, ancora una volta, da una interessante discussione avvenuta su di un News Group (it.discussioni.misteri - gerarchia usenet), nata da un post dell’utente Jasmine e riferito ad un articolo comparso su “Le Scienze” nel febbraio 2008 dal titolo “Gli alieni sono fra noi?”

Nell’articolo si accenna alla possibile esistenza, sulla terra, di forme di vita profondamente differenti da quelle che conosciamo, magari basate su un DNA sinistrorso piuttosto che destrorso, oppure su amminoacidi diversi o, ancora, su atomi diversi (ad es.: arsenico in luogo di fosforo). Forme che, proprio per la loro profonda diversità, non entrerebbero in immediata competizione con la vita che conosciamo.

In sostanza, ciò che l'articolo descrive è quella che viene definita "vita-ombra". Ossia una forma di vita (organica) molto difficile da rilevare proprio per le caratteristiche che trarrebbe (o trae) dalla sua stessa architettura. Per questo, la vita-ombra esisterebbe (o esiste) attorno a noi senza che possiamo vederla.

Si arriva alla definizione di vita-ombra partendo dalla constatazione della possibile esistenza di cellule troppo piccole per ospitare ribosomi1. In particolare, l’articolo cita un lavoro di Robert Folk (Università del Texas) che nel 1990 evidenziò l’esistenza di minuscoli oggetti sferoidali e ovoidali nelle rocce sedimentarie presenti nelle sorgenti calde di Viterbo. L’idea suggerita da Folk fu quella di “nanobatteri” fossili, resti calcificati di organismi così piccoli da misurare non più di 30 nanometri. Strutture analoghe sono state scoperte in campioni di roccia provenienti dai fondali oceanici australiani.

Ora, il fatto che tali strutture possano derivare o meno da processi biologici è aspramente controverso. Tuttavia, se così fosse ci troveremmo davanti a cellule prive di ribosomi, ossia a macchine biologiche capaci di sintetizzare proteine in modi sconosciuti.

Sin qui l’articolo che, assieme alle domande che Jasmine poneva a se stessa e al gruppo di discussione, mi ha portato alle seguenti considerazioni.

Potremmo pensare a queste forme di vita-ombra come ipostasi delle sette dimensioni dormienti?

Questo universo quando "sceglie" di esistere lo fa su quattro dimensioni e cassa le altre sette che, sin dal primo istante, restano non manifeste2. Tuttavia, chissà per quale motivo, una loro eco in
qualche modo potrebbe permanere e originare la vita-ombra. Spingendo la speculazione un poco più in là, potremmo ipotizzare la vita-ombra come un riflesso della contiguità di altri universi che, a differenza del nostro, sono costruiti su dimensioni diverse dalle quattro che conosciamo. Una sorta di riflesso empatico, determinato dalla "risposta" di una o più dimensioni dormienti alla "pressione" delle sorelle agenti negli universi contigui e tutto questo grazie a quello che potremmo chiamare un effetto psico-gravitazionale.

A questa ipotesi, Jasmine obbiettava che, dovendo tirare in ballo altre dimensioni, questo dovrebbe avvenire anche per la vita come noi la conosciamo perché, in fondo, la vita conosciuta e la vita-ombra sarebbero costituite dagli stessi elementi previsti dalla Tavola Periodica

Obiezione legittima ma, almeno in via ipotetica, superabile. Se la vita ombra nasce come un riverbero delle dimensioni dormienti, essa userà certo gli elementi della Tavola Periodica per costruirsi anche se, evidentemente, in modo inappropriato. Quale possa essere questo modo è impossibile sapere giacché non abbiamo alcuna informazione sul 'motore' che lo genera (se non che esiste in potenza).

Proviamo, quindi, a pensare al 'tentativo' di organizzare un DNA in 5, 6 …11 dimensioni. Un tentativo destinato a fallire o, nella migliore delle ipotesi, a creare un organismo con nessuna chance competitiva. Questo potrebbe spiegare l'assenza del ribosoma nei microrganismi studiati da Folk.

Nemmeno c’è bisogno di riuscire a pensare al modo di organizzare una cosa virtualmente (e allo stato delle nostre conoscenze) del tutto impossibile da realizzare perché, restando in ipotesi, le dimensioni dormienti in qualche modo farebbero sentire la propria presenza. Esse sono presenti in potenza, per questo potrebbe essere lecito supporre che, in un modo sconosciuto, generino qualche tipo di conseguenza. Una di tali conseguenze potrebbe essere la vita-ombra. Materia fisica che, sollecitata in modo bizzarro, reagisce in forme altrettanto bizzarre, ma prive di possibilità dal punto di vista evoluzionistico.

In sostanza e in tema di vita-ombra (sempre che questa esista), direi che di vita organica si deve
parlare sino a che restiamo nell’ambito del nostro universo (o, in ogni caso, di un universo a 4 dimensioni). Tuttavia, se devo pensare alla vita in un universo che ha più di quattro dimensioni dubito che potremmo definirla organica (nel senso specifico di fisica). Piuttosto, sono portato a pensare che con l'aumento delle componenti dimensionali ciò che noi intendiamo con materia si sposti su un piano diverso e sostanzialmente psichico, segnatamente privo dei limiti posti dalle leggi fisiche. Quelle stesse leggi che impediscono alla vita-ombra di sviluppare forme evolute.

A questo punto, però, Jasmine muove un’ulteriore ed estremamente interessante obiezione: se le dimensioni dormienti influenzano la vita organica, perché non fanno lo stesso anche in altri ambiti?

Allora, mi chiedo: è vero che non lo fanno? In altre parole: l'intera vita psichica così come la conosciamo potrebbe essere uno di questi effetti?

Il punto mi dà il destro per cercare di formulare, alla luce della IM-Teoria, un’ipotesi su quella che potrebbe essere la struttura del Multiverso.

La IM-Teoria considera il Multiverso nella sua dimensione psichica e, a tal proposito, lo divide in quattro ambiti psichici (IP, IC, IU e IM). Ora, il Multiverso, inteso fisicamente e in ipotesi, è un’entità certamente molto grande. Tuttavia, non è infinito. Possiamo inferire ciò dalla qualità finita della creazione entro la quale viviamo. Ossia, anche il nostro universo è un oggetto molto grande, ma anch’esso non è infinito Questo è un dato piuttosto consolidato nella fisica moderna giacché esistono evidenze che fanno pensare che l’universo ha avuto un inizio (Big-Bang). Hawking, nel suo saggio “Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo”, ne porta una prova curiosa sostenendo che se l'universo esistesse da sempre, la luce al suo interno avrebbe avuto modo di viaggiare per un tempo infinito, perciò non esisterebbe il buio perché la luce sarebbe ovunque. Ora, se il Big-Bang è stato l’evento che ha prodotto la nascita di tutte le creazioni eventualmente esistenti, è chiaro che anche queste, per quanto grandi e strane possano apparire, avranno una dimensione finita. Nel complesso, l’intero Multiverso, se inteso come somma di tutte le eventuali creazioni esistenti, è pensabile a sua volta come oggetto finito.

Ora, se il Multiverso è un oggetto finito, il numero delle creazioni che lo compongono dovrà essere finito. La domanda, a questo punto, è: quante sono le creazioni? Anzitutto, Se ammettiamo la possibilità che esistano altre creazioni, avanziamo l’ipotesi che queste siano basate su combinazioni di dimensioni diverse dalle quattro che costituiscono la nostra (sembra necessario optare per combinazioni semplici giacché due creazioni con eguali dimensioni occuperebbe lo stesso spazio-tempo e ciò chiaramente impossibile). Quindi, proviamo a verificare il loro ipotetico numero tramite il calcolo combinatorio delle 11 dimensioni previste dalla M-Teoria (le 4 del nostro universo più altre 7 sconosciute, ancorché previste matematicamente). Per il nostro calcolo useremo, quindi, combinazioni semplici basate sui seguenti assiomi:
Le 11 dimensioni sono identificate dalle le prime 11 lettere dell’alfabeto anglosassone;
Gli elementi (dimensioni) delle combinazioni non possono ripetersi, ne consegue che la combinazione AAB non è un gruppo valido;
I gruppi di combinazioni non differiscono per l'ordine degli elementi, ne consegue che ABC e BCA sono la medesima combinazione.
Combinazioni, quindi, calcolate in base a Cnk= n/k=n!/k!(n-k)! dove n è il numero complessivo delle dimensioni e k il numero di dimensioni relative ad una specifica gerarchia dimensionale.

Sulla scorta delle regole appena esposte possiamo disegnare la seguente tabella:

Gerarchia dimensionale

Numero dimensioni

Numero delle creazioni

Gruppi dimensionali

XI

1

11

A, B ...

X

2

55

AB, AC ...

IX

3

165

ABC, ABD ...

VIII

4

330

ABCD, ABCE ...

VII

5

462

ABCDE, ABCDF ...

VI

6

462

ABCDEF, ABCDEG ...

V

7

330

ABCDEFG, ABCDEFH ...

IV

8

165

ABCDEFGH, ABCDEFGI ...

III

9

55

ABCDEFGHI, ABCDEFGHJ ...

II

10

11

ABCDEFGHIJ, ABCDEFGHIK ...

I

11

1

ABCDEFGHIJK





Totale 2047 possibili creazioni, dove l'unica a 11 dimensioni potrebbe essere quella che contiene tutte le altre. In sostanza, potrebbe essere Dio.
Ora, usando i valori relativi al numero delle creazioni possibili per ciascun gruppo di dimensioni (quale che sia) è possibile costruire la seguente curva “a campana” (Gauss-like)



Per la verità, il grafico include una dimensione in più (zero). C’è un motivo per questo.

Abbiamo visto che il totale delle creazioni possibili è 2047. Tuttavia, considerando l'unica creazione a 11 dimensioni come 'contenitore' delle altre, tale contenitore dovrà fissare un limite superiore (creazione ad 11 dimensioni) ed uno inferiore (creazione a 0 dimensioni, appunto).

Perciò, aggiungendo 1 creazione (per zero dimensioni) in testa alla Gauss-like, la somma sale a 2048 (che, peraltro, è numero decisamente interessante visto che la sua divisone per 2 ripetuta 11 volte restituisce 1 … lo so, non è per niente rigoroso, ma è decisamente carino).

Ora, per spostarci sul piano psichico e seguendo l'IM-Teoria, ognuna di queste creazioni, ove esistenti, avrebbe un proprio IU (Inconscio Universale) e tutti gli IU sarebbero contenuti nell'IM (Inconscio Multiversale) che, evidentemente, coinciderebbe con l'IU della creazione a 11 dimensioni.

Bene, adesso abbiamo il Multiverso un po’ meglio definito, ossia un oggetto fantasticamente grande composto da 2048 creazioni. Potremmo addirittura farne un disegno. Niente di rigoroso, s’intende. Solo un escamotage grafico che aiuti la mente a visualizzare qualcosa di così sconfinato e possente.

L’immagine è una rappresentazione mandalica del Multiverso. Il puntino nero che vedete al centro è l’unica creazione a zero dimensioni, mentre il cerchio esterno è l’unica creazione ad 11 dimensioni … Dio. Nel mezzo le altre gerarchie dimensionali disegnate come stelle ciascuna con un numero di raggi pari al numero di creazioni previsto (ogni raggio rappresenta una creazione).

Ora, non è un caso se l’immagine3 sembra ‘fondere’ le gerarchie contigue in modo che, ad esempio, le 11 creazioni ad 1 dimensione si legano alle 55 creazioni a 2 dimensioni e così via. In realtà, l’effetto è voluto proprio per sottolineare la possibilità (ricordiamo sempre che siamo in puro ambito ipotetico) che fra le diverse gerarchie dimensionali, a mente di quanto assunto nell’IM-Teoria, sia possibile una comunicazione di carattere psichico. In altre parole, proprio lo psico-network ipotizzato nella IM-Teoria potrebbe fornire il canale, oltre che per lo ‘spostamento’ di singole consapevolezze all’interno del Multiverso, anche per una comunicazione costante, di fondo, attraverso la quale le diverse gerarchie si influenzerebbero reciprocamente, magari generando fenomeni come ciò che è stato definito vita-ombra.

Va da sé che aggettivazioni quali ‘contiguità’ e ‘lontananza’ debbano essere intese per quel che sono, ossia semplificazioni probabilmente del tutto inidonee a descrivere qualcosa che è difficile anche solo immaginare. Tuttavia è pur vero che se facessimo riferimento, ad esempio, allo stato vibrazionale della materia quale metro per determinare la posizione assoluta di ciascuna gerarchia dimensionale all’interno del Multiverso, allora lemmi quali contiguità e lontananza un senso potrebbero pure averlo.

Torna alla mente un passo della Pistis Sophia: “Il mistero che è oltre il mondo, quello per il quale esistono tutte le cose, è ogni evoluzione ed ogni involuzione. Esso proietta tutte le emanazioni e tutte le cose in esse. A causa di Esso esistono i misteri e tutte le loro regioni.”4

Il passo evoca quello che ho chiamato “effetto psico-gravitazionale”. Allo stato, solo una definizione da riempire di significato. Cos’è, ammesso che esista, la psico-gravitazione? Potremmo pensarla come una forza derivante dalla massa psichica di un qualsiasi corpo e grazie alla quale quest’ultimo è in grado di agire su masse psichiche (vibrazionalmente) contigue? In sostanza, la psiche afferisce solamente alle consapevolezze incarnate o a tutta la materia? Se la materia in una creazione con più di 4 dimensioni muta la sua natura assurgendo ad un’esistenza solamente psichica, è lecito pensare che anche qui, nel nostro universo, qualsiasi corpo è dotato di una componente psichica propria? In fondo, sono molti i resoconti di proiettori astrali che narrano di ambienti psichici riproducenti “quasi” fedelmente ambienti fisici conosciuti (la loro casa, ad esempio). E ancora, quanto può essere vicino il concetto di psico-gravitazione a quello di potere psichico? Forse, i due ambiti possono essere individuati dalla mancanza ovvero dalla presenza di una volontà agente?

Se l’intero Multiverso è manifestazione dell’Uno, allora parrebbe logico inferire che ogni sua parte si manifesti sulla scorta del medesimo principio, dello stesso identico “mattone”5 che, a seconda dell’ambito dimensionale al quale appartiene, ne origina l’intera architettura. Un mattone estremamente dinamico giacché pur restando sempre eguale a se stesso, a prescindere alla creazione nella quale esiste, sarebbe in grado di adeguare il proprio comportamento a seconda del livello vibrazionale nel quale si trova. Ma questo (lo chiedo ai fisici) non sembrano farlo già gli elettroni quando si comportano a volte come materia, altre come un’onda?
Per chi non se ne fosse ancora accorto, siamo piena Monadologia. In essa, la “monade” è una forma sostanziale dell’essere. In particolare, Leibniz pensò la monade come una sorta di “atomo spirituale”, un ente indivisibile, totalmente individuale e capace di riflettere l’intero universo… giusto quel che stavamo ipotizzando. A differenza, però, del filosofo tedesco oggi forse possiamo prescindere dal concetto d’immanenza di Dio. Possiamo, cioè, provare a guardare il Multiverso con occhi più disincantati, senza padroni più o meno assoluti ai quali rendere conto delle nostre speculazioni.

Ora, le ipotesi prospettate pongono molte ed ulteriori domande. Perciò, sarei davvero grato a chiunque volesse, dopo aver letto queste poche considerazioni e posto che molti occhi vedono meglio di due, pormi questioni specifiche inviandole a questa mail: sprants@libero.it

L’intento, nemmeno troppo celato, è quello di giungere ad una descrizione/comprensione del Multiverso slegata il più possibile da pregiudizi ideologici e religiosi.

Per come le vedo io, ciò che rende le religioni (tutte) così “asfissianti” è il fatto che esse derivano da una rivelazione ottenuta da uno o più individui in un particolare momento della loro esistenza. Ciò comporta una sudditanza continua del messaggio alla fonte che lo ha prodotto e, di conseguenza, una deriva dogmatica che non lascia spazio ad alcuna libertà intellettuale. Sono del parere che non sia mai esistito un vero tentativo per indagare in modo distaccato l’essenza e la struttura delle dimensioni superiori. Nemmeno la filosofia occidentale nella sua descrizione del mondo si è mai veramente sottratta all’ingombrante presenza di Dio e, quando a cercato di farlo, è caduta in un razionalismo goffo, ancor più asfissiante e dogmatico di quello religioso. Probabilmente, solo lo sciamanesimo, con il suo manifestarsi strettamente individuale, può in qualche modo chiamarsi fuori da quest’impasse anche se, poi, paga il prezzo più alto proprio al suo estremo individualismo, occultando la conoscenza ottenuta dal singolo dietro la ferrea legge del prescelto che dovrà raccogliere l’eredità del maestro (eh … chissà perché, poi, c’è questa legge).

Quel che propongo, infine, è un approccio spassionato e razionale al mistero che permetta alla nostra mente di riconoscere l’assurdità dei limiti che si è auto-imposta perché, se il Multiverso esiste, allora io credo che attenda solo d’essere compreso dall’uomo e credo che noi lo si possa fare.

Basta non averne paura.


eSQueL




BIBLIOGRAFIA

Riv. “Le Scienze” - Febbraio 2008 - articolo: “Gli alieni sono fra noi?” A firma di Paul Davies
Stephen Hawking - “Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo” BUR Biblioteca Univ. Rizzoli.
eSQeuL - IM-TEORIA, Teoria dell’Inconscio Multiversale. Scaricabile qui:
http://semiasse.altervista.org/portal/html/modules.php?op=modload&name=News&file=index&catid=&topic=8

venerdì 16 ottobre 2009

Il Vangelo secondo Gesù Cristo in un'alba bluastra e crepuscolare


madre ho dato un pugno, A chi, Al mio compagno, non so perchè mi guardava con quegli così così, sembrava aver capito la mia colpa, Ma tu non hai colpa figlio mio, Eppure lo sento dentro dal cielo, questa tenaglia è qui dal momento della nascita. E da quel giorno non ho smesso di provare, Cosa figliolo, Di provare a liberarmi ma niente da fare, mi segue come il lupo bracca questo gregge, che vuoi che sia un gregge per un lupo, eppure è lì a dire, Eccomi o gregge è la mia natura condividere con te la mia fame e la mia rabbia, di essere creatura nata per il gusto di umiliarti, e riservarti una fine da pecora. E ti accompagna quel lupo solitario guardingo scaltro e perchè no costante, mentre rincasi tardi e tua madre è lì col magone, Figlio dove hai passato queste ore mentre io mi torturavo coi pensieri più nefasti. E ti accompagna ancora mentre cresci a pane e comunioni, ti costringe a confessarti, a mentire, a dire a preti professori famiglia, amici conoscenti e semplici collaboratori di sesso (compresa la tua stessa mano): scusami, non potevo fare a meno.

Così nasce il cristianesimo, un'apologia del senso di colpa. Quel senso di colpa color crepuscolo o forse alba, descritto così vividamente da Saramago nelle tinte di un azzurro islandese, a braccare la notte. Nasce in una landa desolata di un azzurro secco, il senso di colpa, un sentimento che vive nei cuori di ogni personaggio.
Maria, colpevole di non capire cosa porta in grembo, ma soprattutto inconsapevole di come possa esserci finito, forse è colpa di quegli angeli troppo devastanti per una mente innocente e limitata come quella di una cardatrice di lana nazarena. Nasce in Giuseppe, reo di non credere fino in fondo alle parole di Maria, ma reo soprattutto di aver permesso la strage degli innocenti mentre fuggiva salvando suo figlio. Nasce in Gesù.

Non ci vogliono psicologi. Gesù è figlio di una notte di sangue, dove decine di figli come lui sono sterminati per volere di Erode. E da questo senso di colpa nasce il duplice volto del cristianesimo: da una parte figlio della maieutica del senso di colpa, che lo estrae e lo getta in un mondo troppo limitato per comprenderlo; dall'altra il padre giustizia e vendetta. Una vendetta che in Gesù è volonta di salvare il mondo in cambio di quelle vite strappate un tempo per colpa sua.

E in tutto questo la mano poetica di Saramago scolpisce figure fra l'umano e il divino, disegna leggende, storie più verosimili di ogni catechismo, storie di terra e sangue, di corpo e anima. Storie d'amore, quella di Gesù verso la libertà dalla colpa incarnata nel corpo di Maria di Magdala, una donna troppo vera per essere esistita e potersene innamorare.

E proprio la narrazione della volta in cui Gesù, ferito ad un piede, riceve l'amore di una donna, dona il primo raggio di sole, caldo e luminoso, alla penombra celeste in cui finora è cresciuto e con lui cresciamo pagina dopo pagina.

Da questo vangelo usciamo storditi capitolo dopo capitolo, messi di fronte alla dura realtà di una divinità oscura, temibile, confusa e mai chiara, visionaria e trascendente, sempre in conflitto con la sua altra natura diabolica. Il vero vincitore sarà chi, come Gesù, comprenderà che non saranno le istituzioni a donarci una risposta, ma la pura fede nella verità inscritta in ognuno di noi al momento dell'incarnazione.

mercoledì 14 ottobre 2009

Il Giovane Holden e le anatre sul lago


Bella Holden!

Pensavo a te e alla scuola, pensavo a come sia strano che non ti mettano fra i libri necessari, quelli che all'inizio dell'anno trovi nell'elenco degli acquisti da fare, in quel librettino che si affannano a consegnarti all'entrata il primo giorno di scuola, che poi passi la mattinata lì con l'evidenziatore a cercarti la sezione e a scoprire le novità che ti verranno incontro. Letteratura, il massimo cui puoi anelare è la Divina Commedia, Manzoni o qualche alto rosacrocianomassone deciso dall'intelighenzia borghese-sabauda che ci domina da 150 anni.

Prof, neanche quest'anno c'è Salinger fra gli autori, e che gusto c'è a girare per i banchi di lungotevere Oberdan, sa noi studenti da 4 soldi non possiamo mica permetterci tutti gli anni libri nuovi, per fortuna dalle classi più grandi oltre al senso di inferiorità ci lasciano acquistare i loro libri vecchi. Che sensazione assurda, poter scendere nelle classi più in basso e guadagnarsi così i primi soldi puliti, contrattando i prezzi, cento lire in meno per ogni orecchia sulle pagine o sottolineatura di matita.

Che poi la gente passava i primi giorni a ripulire quei libri dai segni di matita, ossessionati dalla perfezione e dall'immacolata concezione di dover reimparare tutto da capo. Coglioni! Hai già tutto sottolineato, studia direttamente quello tanto il prof era lo stesso per entrambi, lo sai che sono contenti se gli dici sempre le stesse luride cose.

Ecco perchè Holden non lo troverai mai nella lista dei libri da acquistare, fra un manuale di fisica II e il Purgatorio di Bosco-Reggio. Perchè non puoi leggere un libro che ha ossessionato ben tre attentatori di presidenti Usa.

Perchè Holden è un attentato all'istituzione scolastica. Perchè la scuola è un attentato alla tua adolescenza. Perchè la scuola ti fa crescere vittima del giudizio, ma che giudizio poi? La scuola è il per-dente del giudizio, ti moltiplica il dolore della crescita di quell'incisivo modo di essere che è la tua personalità in espansione.

Un giudizio ti regala la scuola, grazie, potevo farne a meno, un continuo giudicare ed essere giudicato e condannato a morte per delle cose, così superficiali come l'acqua increspata di un lago a Central Park. Cosa c'è di più anacronistico di una natura compressa nella metropoli? Forse una personalità compressa dal dover essere giudicati da chi non ha nulla a che spartire con te, come uno scoiattolo con l'ascensore d'un grattacielo: tanto lui sale sugli alberi, cosa se ne fa di un ascensore che naviga sornione lungo centinaia di piani, accompagnato da quelle musichette irritanti o dalle voci elettroniche sprigionate da misteriosi altoparlanti...

Ecco Holden perchè fuggivi quella notte per la città in cerca di anatre. La scuola regina delle nevi ha soffiato il vento gelido del giudizio, e la tua libertà, anatra sperduta e disorientata, vagava in cerca di un nuovo corso d'acqua in cui ammollare le zampe palmate, e ti sei potuto fermare solo quando la migrazione poteva finalmente cessare.

Il tepore ti ha attirato, il calore di casa, di quella sorella troppo intelligente per poterti seguire in una folle avventura, e il ricordo di quella morte precoce di tuo fratello. E' difficile oggi per un'anatra trovare un punto d'appoggio, quando i laghi del sentimento sono ghiacciati dal folle pregiudizio di dover apparire come qui tizi dell'Ivy League tutti imbellettati e blasonati. L'unico rifugio è una casa di legno, ma basta aprire gli occhi, e immaginarsi comunque quel camino che può far scaldare lo stesso mentre fuori c'è ancora neve.

Ecco, questo libro è adatto per chi ancora non ha un obiettivo legittimato da qualcuno nella vita, e ancor più per chi ha deciso di fare proprio l'obiettivo di parare i ragazzi che stanno buttandosi di sotto dal precipizio del campo di segale.

« Gin a body meet a body
Coming thro' the rye,
Gin a body kiss a body
Need a body cry? »

lunedì 5 ottobre 2009

Carnet di Marcia - 6 giorno: Servizio Civile e Solidarietà



Lo scrutatore non votante
è indifferente alla politica
Ci tiene assai a dire “ohissa!”
Ma poi non scende dalla macchina


Normalmente si pensa alla cittadinanza come a un insieme di diritti senza ricordarci che essa è anche un insieme di doveri, tra cui in particolare quello di solidarietà che è anche costituzionalmente sancito.

Al di là dell’enunciazione solenne il dovere di solidarietà consiste nella capacità di prendersi cura delle persone con cui si condivide il cammino di vita. La cittadinanza in questa ottica è una cittadinanza che si fonda sulla consapevolezza che i problemi delle persone con cui si condivide il cammino della vita non riguardano solo lo Stato ed i suoi servizi, in altre parole il sistema di protezione sociale denominato Welfare State, ma riguardano anche la responsabilità di ogni cittadino

(..) Ricostruire comunità significa, quindi, ritessere i rapporti di solidarietà e in questo contesto l’educazione alla nuova cittadinanza vuol dire educare la persona ad assumere responsabilità e cura nei confronti degli altri. Personalmente credo che il servizio civile possa essere il luogo in cui si istilla il virus di questo modo di concepire la cittadinanza, in cui il giovane è formato a compiere in modo naturale dei gesti di solidarietà verso l’altro.

In questo senso il servizio civile è il luogo in cui il giovane può finalmente concludere il
suo percorso di maturazione e iniziare un nuovo cammino di cittadino adulto.

Carl Gustav Jung diceva che dopo l’adolescenza, in cui la persona conclude il percorso che dal Noi conduce all’Io, si apre una nuova fase evolutiva, quella in cui dall’Io si va verso il Noi, dove la persona pur mantenendo la sua individualità raggiunge un’armonia più profonda con la natura, con gli altri e con se stessa. Jung ha chiamato questo processo “individuazione” e ha indicato il suo apice nella terza età.

Il servizio civile serva da innesco, da aiuto per uscire da un’egocentratura adolescenziale
e, quindi, per l’avvio del cammino verso il noi. Questo però solo se il servizio civile è un’esperienza significativa dal punto di vista umano, professionale e sociale.

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Una giornata qualunque


Musica a palla. L’acqua scorre e il secchio si riempie.Un profumo di lavanda inebria velocemente la piccola casa. La ragazza, lunghe trecce finte raccolte con un nodo, fisico da modella, pelle al miele di castagno, canticchia una canzone delle Destiny ’s Child mentre fa le pulizie degli spazi comuni. Sembrerebbe una giornata qualunque di una ragazza qualunque…

Lo scenario è quello di una casa d’accoglienza per donne immigrate presso la quale svolgo il mio servizio civile, la ragazza è una delle tante “sopravvissute” che passano da qui.

“I ’m a survivor” canta una canzone, colonna sonora di una vita… di tante vite. Vite di donne superstiti in una terra ostile, la maggior parte delle volte. Terra che rappresenta la meta per tanto tempo, punto di arrivo di una tragica esistenza, punto di partenza per una nuova vita nell’ immaginario di chi lascia tutto e intraprende i lunghi e tormentati “viaggi della speranza”.

Terra in cui inaspettatamente, inesorabilmente, sofferenze e sacrifici non ti abbandonano per diventare tuoi compagni di viaggio. Terra che nonostante tutto accoglie, raccoglie le vite tormentate di queste donne instabili dalle esistenze così precarie! La sopravvivenza non è scontata. Non so dire se la ragazza, che sembra cantare a cuor leggero, ci sia riuscita. Il richiamo della sua terra, la Nigeria, è più forte di qualsiasi altra cosa. Ha deciso di tornare a casa e ora è qui di passaggio nell’attesa di un rimpatrio assistito. E’ serena. Non dovrà più sprecare le sue energie per sopravvivere perché sta per tornare alla vita.Mentre scrivo la ragazza ha ultimato il suo compito quotidiano. La sua è una storia tra tante… storie sommerse dal frastuono dell’indifferenza generale. Storie che si legano intrecciandosi alle vite di chi lavora per far emergere dall’ indifferenza e poter dare un nome a tutte queste donne. Lju*, Kau*, Mobr*, Zi*, Ali* e tante altre le ho conosciute e grazie al servizio civile anche io ho potuto dargli un nome e un volto.

Pisa, Giugno 2007Giusy Monni Volontaria in servizio civile anno 2006/2007 Progetto ASC Pisa “Inclusione sociale “

Pianola, 16/05/09- 23/05/09

Il campo di Pianola ( piccolo paese vicino a L’Aquila, i cui abitanti sono stati trasferiti quasi interamente nella tendopoli) per me si è trasformato in una scuola di vita. Quello che ho dato io col mio lavoro non è stato paragonabile a quello che mi è stato regalato...

Ho appreso la solidarietà con la S maiuscola. Quella tra cittadini di una stessa nazione, di una stessa terra. Persone da ogni parte d’ Italia uniti dalla stessa volontà di dare una mano agli abruzzesi: qualcosa che non avevo mai sperimentato prima, qualcosa ovviamente che si vorrebbe e si dovrebbe sperimentare ogni giorno, non solo dopo una catastrofe, ma che resta comunque un grande prova di senso civico.

Ho avuto modo di collaborare con la Prociv Arci ligure, emiliana, toscana, sarda e soprattutto calabrese (era la Prociv di Isola di Capo Rizzuto (Kr) che contava più volontari e aveva portato gran parte dell’attrezzatura necessaria per il campo, dalla cucina al “tendone-mensa”). E la gente... la gente mi ha regalato più di un sorriso e non mi è apparsa triste e rassegnata ma decisa, determinata a ricostruire il suo domani, anche a spese proprie se necessario.

Nessuno si perde d’animo al campo. C’è chi aveva un’attività che gli dava da vivere e l’ha persa, ma ha ripreso in mano dopo vent’anni la chitarra e fondato un gruppo musicale con ragazzi del paese dal nome rappresentativo: 649; c’è chi ci aiuta in cucina non potendo farlo più a casa e chi, più anziano, ci racconta le sue disavventure come se non rappresentassero un baratro senza fondo ma una china dalla quale risalire. E tutto questo avviene mentre bambini vivaci scorrazzano nel campo, molti hanno con sé trattori e gru giocattolo e raccolgono alcune pietre per innalzare il primo muro della loro “nuova” casa.

Si respira un’atmosfera di comunità a Pianola che oggi nelle nostre città è sempre più rara.

Cosa mi sento di poter dare sulla base della mia esperienza?

Come si può partecipare allo Stato?

Qual è il contributo che ciascuno è chiamato a dare?

Qual è il mio contributo?