giovedì 30 ottobre 2008
La scuola, i ragazzi e il ruolo dell'educatore
mercoledì 29 ottobre 2008
Pasolini, la società, la scuola

"Da cosa è stata caratterizzata tutta questa mia produzione,
in maniera assolutamente schematica e semplicistica?
È stata caratterizzata prima di tutto da un mio istintivo e profondo odio
contro lo stato in cui vivo.
Dico proprio "stato": E intendo dire "stato di cose"
e "Stato" nel senso proprio politico della parola.
Lo stato capitalistico piccolo-borghese
che io ho cominciato a odiare fin dall'infanzia.
Naturalmente con l'odio non si può nulla...
Infatti non son riuscito a scrivere mai una sola parola
che descrivesse, si occupasse o denunciasse
il tipo umano piccolo-borghese italiano.
Il senso di repulsione è così forte che non riesco a scriverne.
Quindi ho scritto nei miei romanzi
soltanto di personaggi appartenenti al popolo.
Io vivo cioè senza rapporti con la piccola borghesia italiana.
Ho rapporti o con il popolo o con gli intellettuali.
La piccola borghesia sì però è riuscita ad avere rapporti con me.
E li ha avuti attraverso i mezzi che ha in mano
ossia la magistratura e la polizia.
E ha intentato una serie di processi alla mia opera."
Un aspetto meno conosciuto al grande pubblico e che tuttavia è parte integrante dell’intero percorso umano e artistico di Pasolini: il suo ruolo di maestro: un esempio di strenua volontà educativa. Questa straordinaria figura di intellettuale si forma negli anni giovanili in Friuli già nell’esperienza della “scuoletta” di Versuta: ai giovani che non potevano raggiungere Udine a causa dei bombardamenti, Pasolini offriva così la possibilità di non interrompere gli studi.
La sua opera di intellettuale come educatore non si pone su un piano astratto, bensì è vocazione prima, concreta e vivente. In questa prima esperienza, ancora fuori dall’Istituzione scolastica, Pasolini sviluppa una concezione della scuola come base della società. La commistione tra scuola e vita non limita l’impegno del maestro alle ore di lezione né la sua figura alla tradizionale autorità: intende invece prolungare l’impegno nel voler conoscere gli allievi, il loro contesto, il potenziale che hanno verso loro stessi.
Proprio questo è il modello che Pasolini tenterà di importare nella scuola pubblica quando riceverà i primi incarichi istituzionali come insegnante. Si tratta per lui di «sfumature, sfumature rischiose ed emozionanti», calcolare ciò che fa parte «di una pedagogia veramente positiva, che è difficile presentare in termini di un testo scolastico, e che è la competenza vivente di chi vive nel cerchio continuamente mobile dello spirito »….”
"Il lavoro del maestro è come quello della massaia, bisogna ogni mattina ricominciare da capo: la materia, il concreto sfuggono da tutte le parti, sono un continuo miraggio che dà illusioni di perfezione. Lascio la sera i ragazzi in piena fase di ordine e volontà di sapere - partecipi, infervorati - e li trovo il giorno dopo ricaduti nella freddezza e nell'indifferenza.
(…) per fare studiare i ragazzi volentieri, entusiasmarli, occorre ben altro che adottare un metodo più moderno e intelligente. Si tratta di sfumature, di sfumature rischiose e emozionanti…"
Bisogna tener conto "in concreto delle contraddizioni, dell'irrazionale e del puro vivente che è in noi. (..) Può educare solo chi sa cosa significa amare."
Ciao Scuola
Loro non molleranno mai, noi neppure.
Testo:
"La situazione dell'università è già una situazione disastrosa da molti anni, peraltro la Gelmini non ha tutte le colpe che le vengono date perché la Gelmini sta solo ultimando un percorso iniziato con l'ex ministro Ruberti e che va sempre più verso la privatizzazione dell'università e la sua trasformazione in impresa. Questo succede in un'università che già da tempo è ipo alimentata dal punto di vista finanziario. Strutturalmente, ormai, il sottofinanziamento fa parte della storia della nostra università.
Sono ormai più di 35 anni che la nostra università riceve mediamente un quarto in meno, in termini di bilancio statale, in termini di quello che riceve la media delle università europee. E' l'università peggio organizzata, peggio pagata,sulla quale sono state fatte una serie di riforme sbagliate ed è ormai al limite del collasso. In questa situazione si aggiungono nuovi tagli e lei capisce che questo significa il colpo di grazia per una struttura già molto sofferente. Se la stessa riforma dice che per i prossimi anni si può mettere a concorso un posto ogni cinque di quelli che vanno in pensione, lei mi sa dire di quale meritocrazia stiamo parlando? Se non ci sono concorsi di che merito parliamo? Si dice uno su cinque fino al 2011 e dopo uno su due.
Ora, se lei considera che entro il 2014 noi collocheremo in pensione quasi il cinquanta per cento del corpo docente, questo significa che nel giro di sette-otto anni, il nostro corpo docente diminuirà di circa il quaranta per cento di unità. Quindi, tanto per cominciare cominciamo a chiederci perché ci sia riconoscimento ci devono anche essere occasioni per dimostrarlo altrimenti di quale merito parliamo? Meritocrazia è un concetto sul quale io sono profondamente d'accordo, a condizione che non sia solo una parola. Intanto la nostra società non è affatto meritocratica, non solo nell'università ma dappertutto.
Parentopoli c'è nell'università, basti vedere in quelle meridionali ma non solo, dove interi clan familiari si sono installati nelle facoltà universitarie. Però questa storia di parentopoli per esempio, c'è anche una magistratura se andiamo a vedere l'elenco dei vincitori dei concorsi. Non parliamo dei notai dove addirittura dove quello che dovrebbe essere un concorso pubblico si risolve in targhe del tipo: "..Tal dei tali notai dal 1830" perciò una carica manifestamente ereditaria di generazione in generazione da due secoli. Quindi qui c'è una società per nulla meritocratica e molto corporativa. Se poi vogliamo parlare di meritocrazia, e io sono d'accordo, occorre essere conseguenti, per esempio: esistono procedure, in tutto il mondo scientifico internazionale, di valutazione oggettiva delle opere scientifiche: l'impact factor, per quanto riguarda le citazioni, l'analisi dei fondamenti di ciascuna pubblicazione e tutta una serie di parametri prefissati. Perché non li adottiamo?
Siamo l'unica università del mondo sviluppato che non ha parametri oggettivi. Si rimette totalmente a un sommario giudizio delle commissioni che si risolve in: "Un tizio è bravo, quell'altro non è bravo. Perché? Perché lo dico io!" Questa è la premessa di Parentopoli. Se vogliamo introdurre la meritocrazia cominciamo almeno da questo, ossia a introdurre criteri bibliometrici internazionali, criteri di valutazione delle opere scientifiche con parametri oggettivi. Si prosegue in questa illusione che è stata anche di altri, iniziata sostanzialmente con l'ex ministro Ruberti, che è quella di fare come in America, che non ha molto senso perché ogni Paese ha la sua storia, la sua struttura economico sociale, ha i suoi condizionamenti, hai suoi problemi e deve trovare le sue soluzioni. Non si può fare qui, come fanno in America, posto che il modello americano sia più così eccellente, sicuramente preferibile e più funzionale del nostro è, ma non ha molto senso perché le stesse misure applicate in contesti diversi danno risultati diversissimi. Nel nostro consenso quel tipo di soluzione non dà l'università americana, ma dà Shanghai. Anch'io vorrei essere alto aitante ma non lo sono. E' perfettamente inutile comprarmi un vestito da Schwarzenegger, mi andrebbe largo. Tanto varrebbe dire: "facciamo come si fa su Marte".
E' una riforma che applicata darebbe risultati disastrosi probabilmente, al di là delle intenzioni dello stesso ministro Gelmini i risultati sarebbero ugualmente disastrosi. Io provo immaginare cosa significa privatizzare le nostre università con capitale di banche e di imprese. Questo significherebbe smobilitare una serie di facoltà che ovviamente non interesserebbero. Penso ad esempio alle facoltà umanistiche dove sopravviverebbero si e no, una fettina di giurisprudenza ed una di economia, qualche pezzettino di scienze politiche, al massimo una scuola di interpreti e traduttori perché di una facoltà come letterature straniere non ce ne fregherebbe assolutamente nulla, in un quadro di università d'impresa. Avremmo una serie di facoltà scientifiche tutte proiettate immediatamente all'applicazione tecnologica e non di ricerca pura, e la formazione sarebbe ritagliata rigorosamente sulle esigenze delle aziende partecipanti al consorzio. Col risultato di produrre ingegneri che sanno tutto di quella determinata azienda, che se poi perdono il posto di lavoro mai più ne troveranno un altro perché non sapranno fare nient'altro. In ultima analisi è arrivato il momento di riprendere in mano la questione e di scegliere. L'università attuale è al capolinea, non ce la fa più.
L'università burocratica, corporativa che consuma risorse rendendo pochissimo al Paese non è più proponibile. Non possiamo continuare a chiedere risorse con una redditività così limitata. Noi abbiamo indici produttività scientifica tra i più bassi del mondo, abbiamo un tasso di laureati per iscritti tra i più bassi dei paesi sviluppati. Non possiamo chiedere risorse per questo. Non credo che la soluzione sia quella dell'università privata, io credo che sia arrivato il momento di pensare al modello e di arrivare ad un'università pubblico-sociale, sostenuta non solo dall'intervento dello Stato ma con la partecipazione azionaria dei dipendenti e di chi ci lavora con azionariato popolare, con azionariato temporaneo degli studenti. Rivedendo completamente la struttura dell'università dove la divisione fra ordinari e associati non ha assolutamente più senso. E' il momento di riprendere il discorso del docente unico. E soprattutto di rivedere tutti i meccanismi, come si dice in America, di governance.
Non ha senso continuare ad avere questi organi formati per ceti come se stessimo parlando degli stati generali della Francia prerivoluzionaria nei quali gli ordinari votano per gli ordinari, gli associati votano per gli associati, gli studenti votano per gli studenti e così via. Abbiamo bisogno di un'università in cui sirovesci la piramide, sinora hanno parlato tantissimo di ordinari, e in particolare quel ristrettissimo nucleo di ordinari che governa tutto, hanno parlato un po' gli associati, pochissimo i ricercatori e per nulla i lavoratori e gli studenti. Noi abbiamo bisogno di un'università in cui si senta molto di più la voce degli studenti, si senta abbastanza la voce dei ricercatori degli associati e dei lavoratori, e per un po' di tempo gli ordinari, soprattutto quelli più importanti abbiano il pudore di tacere." Aldo Giannuli
sabato 25 ottobre 2008
Mi ritorno in mente
"Ora, siccome non rientra fra le intenzioni di chi scrive il portare aiuto ad alcuno, nè il sostenere o il confutare alcunchè e neppure, tanto meno, il cercare di convincere veruno di qualunque cosa, ritengo bene avvertire il lettore che il contenuto del presente libro può apparire eretico (ove non, addirittura, sacrilego o blasfemo)." Da "Le avventure di O.S."
martedì 14 ottobre 2008
La fretta - E chi ciammazza?...
Se stà a fa´ sera e nantra giornata de lavoro se n´é annata;
c´ho l´ossa tutte rotte, la capoccia frastornata.
Cammino senza prescia, tanto, che devo fa´?
Si torno presto a casa me tocca pure sfacchinà!
Sur viale del tramonto me fa l´occhietto er sole,
e dopo na´ giornata a dà i resti a chi li vole,
l´osservo `mbambolato, come fosse na´ visione.
Me fermo lì a guardallo, ma chi l´avrà inventato?
E´ bello forte, nun l´avevo mai notato!
Sempre a combatte, sempre appresso a tutti i guai,
splende splende, ma nun m´o godo mai.
E´ robba che co quell´aria bonacciona e rassicurante,
riescirebbe a fa´ sentì amico ogni viandante.
Stà palla arancione m´ha messo pure arsura, ma, ahò!!
Nun so mica na´ monaca de clausura!
E allora o´ sai che nova c´è ? Io nun c´ho più fretta
e me butto drent´ai meandri de´ na´ fraschetta.
Con le zampe sotto ar tavolino,
e in compagnia de´ n´ber fiasco de vino,
me guardo intorno soddisfatto,
finalmente ho smesso de sbrigamme come un matto!!
E mentre er Cannellino m´arriva ar gargarozzo
Rido cò n´amico e ordino nantro litrozzo.
La vista me se annebbia ma non la mia coscienza
che se mette a riflette sull´umana esistenza:
a che serve stà sempre a core pe´ tutte le raggioni
si so quasi sempre rotture de´ cojoni??
martedì 7 ottobre 2008
Siamo tutti repubblichini
Tale termine é stato coniato il 15 aprile 1793 da Vittorio Alfieri in una lettera a Mario Bianchi, per definire con intento spregiativo tutti i repubblicani fautori della rivoluzione francese. Riesumato nel 1943 da Umberto Calosso in una trasmissione di radio Londra, dopo la nascita della Repubblica Italiana l'uso del termine «repubblichino» si radicò ampiamente nella storiografia e nella pubblicistica del nostro Paese, anche per evitare confusione con «repubblicano» in riferimento alla nuova forma statuale dell'Italia post-bellica. Tale termine, per il senso spregiativo in genere attribuitogli, viene però da taluni considerato offensivo.
Dopo le polemiche recenti, vorrei aggiungere che le persone che hanno sostenuto la RSI, lo hanno fatto principalmente per i seguenti motivi: perchè ci credevano; perchè avevano qualcosa da difendere; perchè avevano paura di fare una scelta difficile; perchè erano inconsapevoli; perchè sotto sotto condividevano e gli faceva comodo.
Allora, AD 2008, siamo tutti repubblichini quando:
continuiamo a consumare soddisfando bisogni non primari
prendiamo il motorino e la macchina per fare 500 metri
sbuffiamo per 500 metri da fare a piedi
sprechiamo energie per soddisfare bisogni non primari
siamo indisponibili alle richieste
teniamo la luce e l'acqua aperte senza motivo
compriamo una borsetta a 550 euro
evadiamo il fine settimana nei centri commerciali, mentre gli alimentari sottocasa spariscono
andiamo a lavoro in macchina, 5000 macchine in fila con una persona a bordo
beviamo, beviamo, beviamo
mangiamo, mangiamo, mangiamo
ci barrichiamo dietro destraVSsinistra e affanculo le idee altrui
pensiamo all'istruzione come un lavoro forzato
facciamo dell'ignoranza il nostro baluardo
pippiamo, pippiamo, pippiamo
fiancheggiamo questo stato di cose senza muoverci
e tanto altro ancora, aggiungetelo pure
giovedì 2 ottobre 2008
PRESUNZIONE DEFUNTA
La vita, prima di una seria critica alla propria ragione borghese può essere riassunta semplicemente come una continua lotta di potere. Una lotta fra energie disparate, così come insegna la fisica. Il fatto di possedere una nostra coscienza che ci fa accorgere delle energie e forze esterne che permeano l'Universo (o Universi), potrebbe indurci alla tentazione di crederci talmente liberi da non esserne assoggettati anche noi. Presunzione.
Oppure sentiamo inconsciamente questa situazione, e ci poniamo di fronte a queste energie con la volontà di dominarle. Presunzione.
Tutta questa presunzione, porta l'essere a un continuo consumo di carburante energetico e quindi a una continua ricerca di fonti cui attingere nuova linfa: il mondo, il cibo, le cose, la robbba, gli altri esseri viventi, più o meno umani, idee.
Accorgendoci della nostra fallibilità e soprattutto della nostra appartenenza ad una realtà di cui siamo anche noi stessi semplice carburante, potremmo svegliarci e smetterla di continuare a dimenarci e agitarci alla ricerca di energia: potremmo addirittura usare la nostra per i nostri fini e per la nostra sopravvivenza, evitando così di finire noi come pile usate.
Tutto questo spreco deriva dalla presunzione, dal considerarsi unici e ineguagliabili, dal dover poi addirittura imporre la nostra personalità all'altro, soggiogandolo in un circolo di potere: diventiamo soli del nostro sistema solare cui dobbiamo far gravitare intorno gli erranti vagabondi della vita.
Ma per la legge Newtoniana, ogni massa attira ed è attirata. A ogni azione, corrisponde una reazione uguale, anzi eguale e contraria.
E così, ci troviamo continuamente in lotte di potere e di energia. Finendo per soccombere, prima o poi, senza renderci conto che spezzando il legame possiamo addirittura essere liberi di non provare sentimenti di frustrazione, impotenza, sofferenza, proprio perche non più schiavi di questi giochi di potere.
Possiamo tranquillamente far credere al nostro padrone di essere tale, ma la mancanza di legame a livello emotivo ci fa stare sereni. Solo da lui partirà una sorta di fascio (termine ambivalente messo lì volutamente), o meglio una liana energetica speranzosa si soffocarci a mo' di parassita.
Beh, l'arma per combattere la presunzione altrui, generatrice di dominio e servitù, è semplicemente l'ignoranza. Ignoriamo il legame. Prima però ricordiamoci della nostra presunzione, e quindi non facciamo partire noi eventuali legami. Non facciamo sentire in dovere qualcuno di rispondere alle nostre necessità.
Allora riassumiamo le armi per sconfiggere la presunzione: il fuoco dell'umiltà, lo scudo dell' "ignorare", la falce dell'autoironia e il pugno dell'ironia. Tutto ciò genera il distacco necessario a non farci innamorare della realtà nella sua essenza, nel non renderci servi dell'energia, e di riuscire così ad amare tutto ciò che ci circonda semplicemente per poterlo servire. Ovvero, rendersi utili l'un l'altro così da evitare crisi energetiche.
Nel prossimo intervento vedremo quanto dannosi sono i rapporti fra padrone e servo. Quando l'energia vola ciecamente attraverso questo legame arbitrario generato per il puro piacere di dominio del padrone e per la pura gioia masochista del servo.
Epilogo sulla presunzione:
Tu ti prendi dannatamente sul serio, ti ritieni decisamente troppo importante. Devi cambiare! Ti senti così dannatamente importante che pensi di essere giustificato a irritarti per qualsiasi sciocchezza. Ti senti così dannatamente importante che puoi permetterti di andartene se le cose non vanno nel verso giusto. Suppongo che pensi di dimostrare che hai carattere. Non ha senso. Tu sei debole, e presuntuoso! Nel corso della tua vita, non hai mai portato a termine nulla proprio a causa della sproporzionata importanza che attribuisci a te stesso.
Un po' come quel cantante e le persone a cui piacevano le sue canzoni, supponente e insopportabilmente serio a proposito di alcune stupidaggini che non si dovrebbero prendere neppure in considerazione... come l'amore.